Mercoledì 28 Settembre 2016 | 10:32

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SERGIO STAINO

«All’Unità porto il mio essere libero»

Il neo direttore a Riminiterme presenterà il suo ultimo libro

 «All’Unità porto il mio essere libero»

RIMINI. Da pochi giorni l’Unità ha un nuovo direttore: è il vignettista fiorentino Sergio Staino, classe 1940. Al suo fianco, il condirettore Andrea Romano, deputato livornese del Partito Democratico.
Ad aprile Staino ha pubblicato per Giunti Alla ricerca della pecora Fassina, un «manuale per compagni incazzati, stanchi, smarriti, ma sempre compagni», che presenterà giovedì 22 nell’ambito della festa di Left Wing a Riminiterme (ore 21).

Direttore, come si trova in questo nuovo ruolo?
«Non me l’hanno proposto, mi sono proposto io vedendo la situazione che attraversavamo; costo poco e ho una certa esperienza (ride, ndr). Mi hanno detto di sì. Ho un po’ di trepidazione, certo, però mi sembrava che se si voleva portare un segnale unitario alla sinistra tutta, e non solo al Pd, forse l’atteggiamento mio e del mio personaggio Bobo poteva essere facilitante».


In che modo?
«Sono vaccinato contro il settarismo, lo sento da lontano e non lo sopporto, i compagni sono compagni, poi se la pensano diversamente si discute».


In effetti lei si è sempre mosso abbastanza liberamente dentro il variegato mondo della sinistra. Ma non ha paura di essere un po’ condizionato nel suo ruolo di direttore?
«Voglio portare la mia libertà dentro al giornale, Renzi mi ha detto: vai lì e sii libero. Del resto non siamo più nell’epoca in cui il partito era una chiesa, ora è una grande forza laica al cui interno si discute».


Quindi nella sua Unità ci sarà spazio anche per il no al referendum?
«Sì, necessariamente, perché molti compagni voteranno no, a mio avviso sbagliando. Ma la linea del giornale è di escludere le scorciatoie: si discute sui fatti, nel concreto. La posizione del partito è per il sì, perché la maggioranza così ha votato, ma questo non vuol dire soffocare le altre idee. Prenda me e il mio fraterno amico Moni Ovadia: tra noi c’è una stima reciproca enorme, eppure io voto sì e lui vota no».

Veniamo al libro. Lei invita Renzi ad andare a riprendere le “pecorelle smarrite” del Pd come Fassina. Pensa che le darà ascolto?
«Nel libro, Bobo parte da solo a prendere le pecorelle smarrite perché il pastore-segretario è contento che se ne vadano. Ma io credo che questa operazione vada fatta».

Arriva al timone di un giornale in un momento non proprio felice per la carta stampata... Come fa un quotidiano a sopravvivere con la concorrenza del Web che è incomparabilmente più veloce?
«Io penso che l’Unità non abbia concorrenza, perché non è un quotidiano generalista, che si occupa di cronaca. Quello che conta di più all’Unità è ovviamente la politica. Credo che i nostri lettori vogliano un’analisi specifica della realtà in chiave di sinistra. E questo lo fa diventare in un certo senso un giornale militante».


Il Senato ha appena licenziato la nuova legge sull’editoria, che ora passa alla Camera in seconda lettura e poi dovrebbe finalmente entrare in vigore. Vi sono esclusi i giornali di partito. Lei crede nel finanziamento pubblico ai giornali, almeno a quelli no profit?
«Io credo che partiti e giornali di partito fatti seriamente siano un servizio pubblico, e come tale debbano ricevere un aiuto, che è legittimo. È stupido considerarli a priori come sfruttatori, è solo astratto moralismo».


Sulla recente vicenda di Charlie Hebdo e la discussa vignetta sul terremoto di Amatrice, lei ha dichiarato che «la cosa migliore sarebbe ignorarli». Mentre Michele Serra sull’Espresso ha scritto: «Il “grande pubblico” non possiede gli strumenti di interpretazione della satira».
«Charlie Hebdo è una rivista di vecchi goliardi passatisti; sa che non usano nemmeno Internet? È diretta a una nicchia, si divertono a sbatacchiare una cosa orribile come il terremoto al centro dell’attenzione mondiale, ma questo non ha senso. Per fare satira servono l’intelligenza dell’autore e una condivisione pubblica enorme. Chi fa la forza della satira è proprio il pubblico, che loro non avrebbero senza tutto questo clamore».


Crede che manchi un giornale di satira in Italia?
«Sì, manca, ed è un grande peccato perché bisognerebbe mettere insieme le tante idee che circolano su Internet. Ma servirebbero imprenditori coraggiosi nel campo dell’editoria, e non ce ne sono. L’unico che si distingue un po’ è Cairo. Se non avessi assunto la direzione dell’Unità mi sarei rivolto a lui».

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