Giovedì 08 Dicembre 2016 | 04:59

L’intervista

Quell’Io di Simona Vinci che dà voce a chi non ce l’ha

Il nuovo romanzo della scrittrice di Budrio

Quell’Io di Simona Vinci che dà voce a chi non ce l’ha

FORLÌ. La seconda giornata della Festa di Rai Radio 3, alla seconda edizione a Forlì, prevede per sabato 11, oltre ai diversi altri appuntamenti come il concerto (ore 21.30) dell’Orchestra Popolare Italiana di Ambrogio Sparagna in piazza Guido da Montefeltro, l’incontro con Roberto Vecchioni e Simona Vinci: alle 16, per Farenheit.
I riflettori sono puntati sulle ultime fatiche dei due autori, La vita che si ama di Vecchioni e La prima verità di Simona Vinci (Einaudi).
«In realtà, mentre quella di Vecchioni è una vera autobiografia, il mio è un romanzo – sottolinea la scrittrice – in cui l’io narrante, comparso all’inizio del libro, torna nella conclusione per spiegare perché ha dato voce a chi non l’aveva mai avuta. Stare sul palco con Vecchioni è una novità per me: ho letto e ascoltato moltissimo. Ma sono anche un po’ in soggezione: lui è un oratore, mentre io ho poca propensione per la parola detta. Speriamo solo che non ci piova in testa!».


La prima verità contiene molti libri: un po’ romanzo storico, un po’ storia di fantasmi e poesia, indaga su vicende che hanno come tema dominante la follia.


«In realtà è l’essere umano a essere fragile e questa fragilità può tracimare e rompere gli argini creando problemi a noi stessi e a chi ci sta vicino, invece si tende a vedere il disagio come una situazione eccezionale e a non attivare un’attenzione “sociale” per chi è a rischio. Oppure, ma anche questo è segno di un cattivo rapporto con i problemi della psiche, si agisce al contrario: nelle scuole, per esempio, ogni segno di dissonanza, dovuto semplicemente a un’indole che erompe, viene subito “segnato”. Io ho un bimbo di quattro anni, e vivo nel terrore di queste categorizzazioni che possono rovinare una persona e la sua famiglia».


Il suo libro è fatto di tante storie diverse.


«La sfida infatti era tessere un arazzo, che non risultasse affrettato o pasticciato e di cui, arrivati alla fine, i lettori potessero cogliere il disegno completo. Non è stato facile, ma i riscontri che mi stanno arrivando mi confortano di questi otto anni di lavoro che hanno portato anche cambiamenti in corso d’opera. L’idea dell’io narrante per esempio è venuta fuori alla fine. Ma quell’“io” aveva bisogno di “dirsi” per tendere una mano al lettore e rendergli affrontabile il disegno che avevo tracciato».


Qual è la parte del libro più difficile da scrivere?


«Si fa più fatica per i tempi che non si sono vissuti: quindi, forse il problema maggiore è stato parlare della Grecia dei colonnelli. Ma questo è normale per uno scrittore, altrimenti ci si limiterebbe alle storie del proprio condominio! Mi ha aiutata molto però la poesia di Ghiànnis Ritsos, a cui è ispirato il personaggio di Stefanos e che ha suggerito anche il titolo del libro. Le sue liriche mi hanno aiutata a “sintonizzarmi” su quei tempi e sulle atmosfere che si respiravano a Leros negli anni dal 1966 al 1968».


Un’isola che è tornata famosa, e sempre per eventi drammatici: oggi, gli sbarchi di migranti.

«Infatti forse a settembre ci andrò, perché questa parte di storia vorrei sentirla dalle voci delle persone che la stanno vivendo. Avrei voluto portarci mio figlio e provare insieme a lui la rotta che quelle famiglie stanno percorrendo. Ma alla fine non me la sono sentita, anzi, proprio anticipando quell’abbozzo di viaggio mi sono resa conto ancora meglio della tragedia di quelle persone».


Un esercizio che dovrebbero fare in molti. Invece una parte del romanzo è ambientata a Budrio, dove lei vive da quando aveva 5 anni.


«Fin da bambina mi rendevo conto di condividere strade e luoghi con persone “diverse”, e il contatto con il disagio o con la malattia per me, come per gli altri abitanti, era normale. Di nuovo c’è stata semmai la ricerca di archivio, che ha fatto emergere dai pochi documenti rimasti storie tragiche e dolcissime che poi ho raccontato».


Fra i personaggi di La prima verità quale le è più caro?


«Tutti, in realtà, ma forse porterò con me Teresa, la ragazza di Leros: perché è una donna, e mi permette di identificarmi con quello che tante donne hanno subìto e subiscono».


In giorni, poi, in cui quotidianamente vengono uccise delle donne.


«È il senso del possesso che dovrebbe essere sradicato, e bisognerebbe lavorare, e tanto, sui modelli che i ragazzi recepiscono. Vent’anni fa il mio Dei bambini non si sa niente fece scandalo, ma io lo trovo attualissimo. Abbiamo a disposizione infatti un mezzo meraviglioso e pernicioso, che è la Rete: propone modelli che i ragazzi copiano… ed è vero che l’umanità cambia e le età si “accorciano”, ma è anche vero che la psiche non si trasforma e che l’emotività di un bambino non può essere sottoposta senza pericoli agli stimoli di quella di un adulto…».

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