Sabato 10 Dicembre 2016 | 02:02

L'INTERVISTA

Con “Sputa tre volte” il fumettista Davide Reviati regala un’opera onirica, delicata e feroce

Dopo il successo di “Morti di sonno”, l’autore racconta la fatica di crescere. E il suo sguardo intenso e poetico si fa universale

Con “Sputa tre volte” il fumettista   Davide Reviati regala un’opera onirica, delicata e  feroce

RAVENNA. Avevamo lasciato il fumettista e pittore ravennate Davide Reviati nel 2009, quando il suo Morti di sonno fece incetta di premi (tra cui Miglior fumetto al Napoli Comicon 2010 e Prix dBD a Parigi), assurgendo a “instant classic” del fumetto d’autore. L’attesa e la curiosità per il nuovo Sputa tre volte (uscito a inizio 2016 sempre per Coconino Press) si erano fatte dunque enormi e senza dubbio ripagate: Reviati ci regala infatti un “graphic novel” eccezionale, una storia di oltre cinquecento pagine onirica, delicata e a tratti feroce che ci parla della fragilità, della paura del diverso, della fatica di crescere. E il suo sguardo intenso e poetico si fa universale, dipingendo una provincia cupa, ridicola e tragica insieme, e sfiorando i drammi della grande Storia. I protagonisti sono Guido e i suoi amici, un gruppo di adolescenti di periferia. Vicino a loro una famiglia di nomadi slavi. Gli uni e gli altri, i “gagi” e i rom, si fidano del corpo e dei gesti più che delle parole. Continuano a girare in cerchio per non fermarsi a pensare, ripetono i loro riti per istinto di sopravvivenza. È lo stesso Reviati a raccontarci tutto di “Sputa tre volte”.


Per Morti di sonno si è parlato più volte di capolavoro. Questo le ha creato qualche pressione e l’esigenza di prendersi tempi più lunghi per Sputa tre volte?


«Morti di sonno ha avuto un lungo strascico e mi ha tolto molta concentrazione, tanto che i primi disegni di questo nuovo lavoro risalgono più o meno a fine 2011. Da lì ho iniziato un po’ a singhiozzo, mentre negli ultimi due anni è stata una full immersion su Sputa tre volte. Però la pressione non c’entra, semplicemente mi ha assorbito molto l’attenzione che si era creata attorno a Morti di sonno, non ci ero abituato. L’unica pressione alla fine è stata quella che mi do io stesso di solito, essendo un perfezionista».


Nel nuovo lavoro getta uno sguardo molto profondo sulla storia e sulla cultura rom. Da dove arriva questo interesse?


«Conoscevo la cultura rom in modo molto superficiale, come credo capiti a molte persone. Da ragazzo ho avuto qualche contatto, perché vicino a dove abito c’era una famiglia di sinti slavi, ed era un po’ che volevo raccontare qualcosa su di loro, c’erano varie cose che mi incuriosivano. Partendo dalla mia esperienza minima ho però voluto approfondire il discorso, ho letto molto al riguardo, ho parlato con esperti e antropologi, come Leonardo Piasere o Carlotta Saletti Salza. Comunque non è una storia sugli zingari, ma semplicemente vi entrano perché mi incuriosivano».


Il titolo, Sputa tre volte, è una sorta di esorcismo?


«Sì, è un esorcismo che usavano i rom ma non è esclusivamente loro, appartiene anche ad altre culture. Ho trovato che c’era anche in Italia, e addirittura se ne fa menzione in un antico poema greco. Comunque è un esorcismo contro le cose nefaste, volevo che tutto il libro in sé fosse un esorcismo».


È cambiato il suo modo di lavorare rispetto a Morti di sonno?


«Un cambiamento c’è stato, perché ogni libro ha la sua genesi. Morti di sonno era cresciuto in modo molto frenetico, il disegno stesso era frenetico, avevo fretta, temevo di non riuscire a finirlo, e quindi il disegno rispecchia quello stato d’animo. Sputa tre volte invece è venuto su in maniera molto diversa, anche se ci sono dei dati comuni – la tecnica, sempre quella a penna al tratto, anche se usata più per toni che per linea, più pittorica, per masse, quasi volesse ricostruire il colore. E c’è, sempre, il dare un senso al proprio stare al mondo. Quando lavoro ho la sensazione che questo senso ci sia, e non è poco».


Molti temi del suo primo lavoro qui ritornano.

«I temi son sempre quelli che mi interessano, ossia la memoria, il tempo – che è un’ossessione – la morte. Il fumetto credo sia eminentemente un lavoro evocativo, ed ecco quindi il ricorso al sogno, che mi serve molto perché veicola tutta una serie di questioni legate all’interiorità dei personaggi, impossibili da raccontare con la stessa sintesi che invece offre il mondo onirico. Il sogno sfugge a qualsiasi tentativo di ordine naturale e spesso contiene elementi indecifrabili ma che sono più dentro di noi di quanto immaginiamo».

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