Giovedì 29 Settembre 2016 | 22:24

UMBERTO ECO

Il semiologo che sapeva raccontare la cultura

Paolo Fabbri, collega e amico: «Ricordiamo la sua dimensione internazionale». Con Elio Pagliarani fu parte del Gruppo 63 che voleva sperimentare nuove forme di espressione

Il semiologo che sapeva raccontare la cultura

RIMINI. Amava tuffarsi nel mare di Rimini e trascorrere le sue vacanze estive a Monte Cerignone, il piccolo paese del Montefeltro dove da anni era solito festeggiare anche le feste di Natale e Pasqua. Lì, fra le mura dell’ex convento acquistato e ristrutturato, Umberto Eco ha scritto diverse pagine dei suoi successi letterari, tra cui parte del Il nome della rosa. Anche la Romagna è in lutto per la scomparsa dell’intellettuale italiano tra i più celebri al mondo, morto a Milano venerdì sera a 84 anni. Scrittore, saggista, semiologo, docente universitario, Eco, che con Il nome della rosa vinse nel 1981 il Premio Strega e ottenne riconoscimenti internazionali, è stato un inarrestabile operatore culturale, una mente lucida, raffinata e brillante, un intellettuale che ha saputo combinare filosofia e cultura di massa, cultura e trasgressione.

Dello scrittore è stato per anni collega al Dams il semiologo riminese Paolo Fabbri, che ricorda i piacevoli momenti vissuti insieme. «Eravamo soliti trascorrere il Capodanno nella sua casa a Monte Cerignone – ricorda – ma proprio quest’anno ho saltato l’appuntamento perché ero in viaggio. Conoscevo Umberto da tanto tempo: oltre agli anni condivisi a Bologna, ci si ritrovava nelle riunioni estive tra amici; Ferragosto era un appuntamento fisso e quello del 2015 è stato purtroppo l’ultimo». Monte Cerignone era il suo “buen ritiro”, «che lasciava ogni tanto per andare a Rimini a farsi un bagno. Mi piace ricordare che Eco ha fondato a San Marino il Centro di Studi Semiotici e Cognitivi dell’Ateneo in un momento in cui in Italia la cultura era refrattaria all’innovazione. Nella piccola Repubblica riuscì a portare grandi filosofi e intellettuali. Poi anche lì le condizioni cambiarono e lui si trasferì al Dams, una facoltà molto aperta. Peccato per quella grande occasione perduta, anche se sul Titano molti suoi insegnamenti sono rimasti. Alla sua illuminazione San Marino deve il Fondo Young sulla memoria e la mnemotecnica, una delle più ricche collezioni di libri sul tema della memoria». Di Eco, secondo Fabbri, è importante «ricordare la sua dimensione, apertura e caratura internazionale. Il suo pensiero originale e il talento nel raccontarlo hanno fatto di lui un l’intellettuale che era. Faceva così anche con le barzellette, la sua specialità. Raccontare la cultura in modo originale è stata la sua più grande qualità. È lui che ha allentato la tensione fra alta e bassa cultura. Non tutti l’hanno capito, come dimostra il recente attacco al suo pensiero critico sull’uso dei social (disse che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli“, ndr). Il suo non è stato un atteggiamento aristocratico anche perché alla cultura popolare ha sempre riconosciuto un sapere intenso. Gli è mancato il Premio Nobel. Del nostro Paese, quello che più lo amareggiava, era la gestione dell’Università».

A condividere con Eco la necessità di dare vita a una nuova letteratura è stato anche il poeta e critico teatrale viserbese Elio Pagliarani , che insieme al filosofo prese parte al Gruppo 63. Ne facevano parte nomi come Balestrini, Sanguineti, Arbasino. Scrittori e critici del movimento definirono allora un nuovo concetto di opera: «aperta» ai nuovi linguaggi. Eco affermò in anni recenti che nel Gruppo 63 «c’era goliardia ed eccesso di sperimentazione, ma anche “passione ideologica”». Di certo è stato un grande sforzo di rinnovamento, uno “svecchiamento” culturale di cui allo scrittore si deve tanto.

Parole di cordoglio arrivano anche da Francesco Ubertini, rettore dell’Università di Bologna. «Con la scomparsa di Umberto Eco l’umanità perde un semiologo, un filosofo, un esperto di mass media, un narratore, un grande uomo. Per l’Alma Mater rappresenta la perdita di un maestro che ne ha innalzato il nome e lo ha fatto conoscere fino ai confini del mondo. Un intellettuale straordinario, profondo e acuto, l’ultimo grande poligrafo, che ha saputo abbracciare la totalità del sapere e che ci ha insegnato che per sovvertire i linguaggi occorreva prima di tutto conoscerli. Il mondo intero piange oggi l’umanista integrale, che ha rivoluzionato la cultura, il profondo indagatore del senso dei segni, delle parole, e della vita».

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Corriere di Romagna

Caratteri rimanenti: 1000