Mercoledì 28 Settembre 2016 | 07:08

L'INTERVISTA

Il “viaggio immobile” di uno spirito nomade

Paolo Rumiz a Imola presenta "Il Ciclope"

Il  “viaggio immobile” di uno spirito nomade

imola biblioteca

IMOLA. A forza di viaggiare “lento”, in bicicletta, a vela, a piedi soprattutto, Paolo Rumiz, giornalista e scrittore, è approdato al “viaggio immobile” che racconta nel suo ultimo libro Il Ciclope (Feltrinelli): un mese vissuto in un faro su un’isola misteriosa e deserta in mezzo al Mediterraneo, a tu per tu con la forza del mare, della natura, e con se stesso. Lo racconterà a Imola, in biblioteca comunale, mercoledì 17 febbraio alle 20.30, ospite dell’associazione Focus D e di Università Aperta.

Anche lo “spirito nomade” più incallito a un certo punto si concede una sosta, lei lo fa in un faro. Come è stata la sua evoluzione di viaggiatore?


«Mi mandavano a fare reportage e così diciamo che ho messo la mia vocazione di viaggiatore a disposizione del mio mestiere. Mi sono reso conto in fretta che, per capire, l’unica cosa che conta è soffermarsi, impiegare tempo. Uno che va di fretta non è un viaggiatore, quindi l’aggettivo lento è inutile, preferisco usare leggero. Oggi sono un viaggiatore a tempo pieno per Repubblica, la mia vita è cambiata. Sono fortunato, posso prendermi il tempo che serve, approfondire è un lusso che purtroppo il giornalismo di oggi si permette raramente».


Come decide e prepara i viaggi da fare?


«Ogni viaggio è una vita a sé, nasce da incontri, anche causali, o da sogni covati a lungo, come in questo caso. Richiede uno sforzo di apprendimento iniziale forte, poi subentra il piacere di approfondire. Ogni viaggio non deve assomigliare a uno già fatto, deve farmi scoprire pezzi di mondo e di me stesso che altrimenti non salterebbero fuori. Poi devo andare dove altri non sono stati e soprattutto dove so di non incontrare altri giornalisti. Sono un po’ selvatico, io».


Uno ancora da fare?


«Un viaggio straordinario sarebbe con i bus di linea extraurbani lungo tutta l’Italia, per sentire la pancia del Paese, il suo razzismo strisciante, le paure, ma anche la positività».


Lei ha percorso e raccontato negli ultimi anni l’Appennino, il Po, l’Appia antica. L’altrove di fatto dietro casa. Ne esce un’Italia piuttosto selvaggia.


«L’Italia si sta inselvatichendo. Quando nel 2006 percorsi l’Appennino in Topolino, proprio sul tratto tosco-romagnolo mi ritrovai in un terreno solitario, wilderness completa. L’Appennino è l’osso dell’Italia, la tibia del nostro piedone, ma si sta drammaticamente spopolando, la gente che lo vive oggi non ha alcuna voce in capitolo. È dimenticata dalla politica».


In genere, quando la politica si accorge di queste zone lo fa per sfruttarle turisticamente.


«È chiaro che il turismo “mordi e fuggi” lascia ben poco. Bisogna partire dalle persone che hanno scelto di vivere in quei posti dopo averli sognati, che li amano, e spesso si tratta di stranieri. Accorgersi di queste terre servirebbe anche a ridare fiducia a chi le vive. La gente del posto davanti al turista si chiede perché mai vada lì, poi lo accoglie, vuole sapere, racconta. Il fatto è che questa nostra terra noi non la sappiamo più guardare con gli occhi giusti».


Lei conosce bene anche l’Emilia-Romagna. In che stato la trova?


«È l’unica regione al mondo che prende il nome da una via e di questa via si è completamente dimenticata. La via Emilia è stata spietatamente razionalizzata, e chi ci vive ai bordi ha perso con lei ogni contatto, la considera una tangenziale o al massimo un impiccio là dove attraversa i centri storici. La via Emilia non fa più sognare, non c’è più antico, né mito».


In Romagna la via Emilia almeno sbocca al mare.


«Io sono figlio delle scogliere, di Trieste. Se la costa è sabbiosa e non è solitaria, è fuori dalla mia idea di mare. Quello romagnolo è un mare da imbarco, da cui si parte. Però credo che si sveli in inverno o nelle stagioni di mezzo, quando ci sono pochi locali aperti e puoi comprare il pesce dalle barche che entrano in porto. Ho chiari ricordi di mitiche fritture di pesce sul mare fra Cesenatico e Porto Garibaldi. E oltre Porto Garibaldi il Delta, un porto franco, quasi di contrabbandieri, una meravigliosa terra di nessuno».


Nel Ciclope lei affronta anche il tema dello scollegamento: niente Internet, zero tecnologia. Il web contribuisce a renderci meno umani?


«Senza Rete, in mezzo al Mediterraneo, niente poteva distrarmi. Ero concentrato solo sulla natura e su me stesso. Il silenzio ci spaventa, appena tutto tace sentiamo il bisogno di digitare qualcosa, è una perfida droga. Tutti dovrebbero provare a stare lontani dalla Rete anche solo alcuni giorni, lo consiglio caldamente. Prima di partire tutti mi dicevano: ti annoierai; giornalisticamente avevo anche io qualche timore... ebbene, non ho avuto un attimo di calma tante erano le cose da fare, scoprire. A Rete scollegata tutti capirebbero immediatamente che sollievo enorme genera e si ritroverebbero a cantare, passeggiare, scrivere; le esigenze dell’uomo sono sempre quelle, millenarie. E si recupererebbero facoltà innate che la tecnologia ha atrofizzato».


Il Mediterraneo lo chiamavamo “mare nostrum”, oggi sembra soltanto una via di fuga o di respingimenti.


«Molto dipende dalla perdita di conoscenza che abbiamo delle sue rive. Abbiamo accettato una visione settentrionale, nordica, dell’Europa. L’Italia non ha esercitato il proprio ruolo di baricentro, si è dimenticata di essere una penisola al centro del Mediterraneo e dell’Europa e che avrebbe perciò avuto la possibilità di influire lei stessa sui rapporti con gli altri Paesi. Così il Mediterraneo è diventato il mare dell’incompatibilità e della distanza perché non ne sappiamo più nulla. Beirut, Alessandria d’Egitto, Algeri, Bengasi erano già approdi europei, sono tutti distrutti».


Ci dicono che siamo in guerra con loro.


«Sì, siamo in guerra, ma non da adesso. Dall’attacco alle Torri gemelle in poi il nostro spazio si è ristretto sempre di più. Uno come me ha potuto andare in India, in Afghanistan in auto, i nostri figli non potranno farlo. Già l’Egitto è impraticabile».


E l’Adriatico, si salva?


«Le regioni che si affacciano sull’Adriatico sono più sensibili verso l’Oriente. È sempre stato considerato un mare di seconda classe, ma è il mare che guarda più lontano. Qualcuno ha detto che l’Adriatico è “il mare dove l’altro è più vicino”. È così».