Martedì 27 Settembre 2016 | 00:27

L'INTERVISTA: ANTONELLO VENDITTI

«Non ho il carattere del perdente»

Il cantautore romano sarà in concerto sabato nella "sua" Cesena

Antonello Venditti

Antonello Venditti

CESENA. È un “ragazzo” di grandi passioni, Antonello Venditti. Passioni che lo catturano mentre si avvicinano sessantacinque primavere importanti (è nato l’8 marzo nel 1949). Sarà a Roma quel giorno in quello che definisce «un concerto universale». Nel frattempo sta scrivendo il nuovo disco, pensando al futuro. Lo fa anche tornando a cantare sul palcoscenico. Aggrappandosi a radici solide, di storia vissuta con energia negli anni Settanta e Ottanta. Così “70-80: ritorno al futuro” è l’architrave del nuovo tour: si ferma a Cesena, quarta data, sabato 15 febbraio alle 21 nel ritrovato Carisport. È uno spettacolo-concerto in forma teatrale in cui Venditti si racconta, invitando il pubblico a salire anche sul palco, a sedersi nel suo “salotto”. E fa gli onori di casa suonando al pianoforte brani scritti in decenni passati, rivestiti di nuova forma evocativa. E non importa se ha una spalla rotta che dovrà operarsi: «Per suonare il pianoforte – dice – va quasi meglio».

Introduce il suo quartetto di musicisti: Alessandro Centofanti piano, Danilo Cherni tastiere, Amedeo Bianchi sax, Alessandro Canini chitarre. E canta anche gli anni Ottanta. Tiene però a precisare: «Il concerto è più anni Settanta; ho tantissimi brani da proporre, scelti in maniera accurata».

Titoli di passione e speranza?

«Direi di sì; Sora Rosa raccontava di un ragazzo che si voleva suicidare. C’era un’idea di abbandono, oggi la partecipazione è tutto. Sono uscito dagli anni Settanta con pezzi come Sotto il segno dei pesci, Sara, Bomba o non bomba, contenenti un’idea di speranza, di cambiamento. Canzoni come Modena che dà l’addio a un tipo di pensiero quale era il Partito comunista di allora. Altrettanto noi oggi dobbiamo dire addio a certe formule e schemi per dare il benvenuto a realtà che rappresenteranno il nostro futuro».

Se ne parla tanto, ma si cambia poco.

«Già, se penso che lunedì dal centro di Roma non ho trovato strade praticabili fino a Roma nord, mi domando perché. Ma ho potuto seguire una conferenza di Pietro Grasso sulla legalità. E allora… allora bisogna rimettere mano agli errori e ripartire, imparare a organizzare cose e giorni, riparare almeno un po’ allo scempio paesaggistico. Favorire la cultura, ripartire dalla scuola pubblica, facendo studiare anche musica e storia dell’arte, e poi agire su ospedali, carceri, caserme, fino ai ponti e ai buchi nelle strade. È l’atteggiamento di fondo che dobbiamo cambiare».

Sembra crederci.

«Sì, perché se noi diamo forza all’Italia, se la rendiamo bella per noi e per gli altri, saranno gli altri a darci i denari giusti per poter fare piacere al mondo. Perché l’Italia è un piacere del mondo».

Dimostra uno spirito positivo.

«Non ho il carattere del perdente; penso che con pazienza e armi nuove si possa affrontare il futuro e cambiarlo. Affrontando la verità, lottando contro quello che non ha funzionato».

È questa la costante del suo pensiero rimasta integra dagli anni Settanta?

«Sono le grandi passioni, nella vita, nella politica, nello sport, nella giustizia. I problemi che quell’Italia mi offriva di cantare: diritti, droga, evasione fiscale, non sono stati risolti. Nella giustizia siamo tornati a prima dei Settanta, a prima dello Statuto dei lavoratori, della lotta delle donne. Canzoni come Sara, allora canzoni di vita, oggi sono diventate canzoni di storia del diritto, di storia del diritto d’amore, canzoni che ti possano insegnare il futuro che ancora deve avvenire».

Cosa cambia nella musica delle nuove generazioni rispetto al vostro cantautorato?

«Ognuno vive il linguaggio del proprio tempo. Oggi ritmo e fruizione sono diversi. Nel rap si racchiude forse di più il senso dei contenuti delle canzoni che noi facevamo. Espressi però attraverso ritmo e milioni di parole, non tutte servono. Oggi non c’è capacità di sintesi; non si arriva alla poesia, ma alla comunicazione».

Siamo alla tappa cesenate: quali ricordi?

«Cesena per me ha un nome e cognome: Libero Venturi. È stato l’impresario mio, di De Gregori, di Baglioni, di tanti autori di quell’epoca. Cesena è stata casa mia negli anni Settanta e non solo in quelli. Per me è come parlare di una nutrice, di una cittadina che ci ha visto crescere, ci ha amato, protetto, aiutato. Per cui il ritorno lo sento importante e mi incuriosisce».

Qualcuno ricorda ancora un flirt con una certa Nicoletta (Braschi) oggi famosa.

«Non vorrei toccare argomenti personali, né approfondire questo. Oggi è una bravissima attrice Nicoletta, per cui son contento per lei».

Ricorda un luogo di Cesena?

«Ah, certo, Casali… ma c’è ancora?»

L’albergo sì, il ristorante non più.

«Chiudere il ristorante Casali? Mi sembra una follia».

Info: 0541 785708

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