Mercoledì 07 Dicembre 2016 | 09:39

L'EVENTO

Puccini, Muti e tre grandissime voci

Il recital andato in scena al Palacredito di Forlì con il grande maestro al piano, in ricordo di don Dario Ciani della comunità di Sadurano

Puccini, Muti e tre grandissime voci

Foto di Silvia Lelli

FORLÌ. Ieri e oggi si fondono in un unico applauso: i cinquemila che affollano ogni angolo del Palacredito di Forlì si specchiano nel pubblico che, vent’anni fa, era accorso nello stesso luogo, per la stessa giusta causa.
Emozionante e denso di significati, il filmato riporta indietro il tempo: Riccardo Muti e Luciano Pavarotti insieme per sostenere quello straordinario esperimento di solidarietà che era, ed è, la comunità di Sadurano. «Luciano accettò immediatamente – ricorda Muti, salutando Nicoletta Mantovani che siede in platea –, solo disse a mia moglie Cristina, che lo chiamò: vengo, ma Riccardo deve fare quello che dico io. E fu generosissimo».
A condurre la serata, che chiude la trilogia autunnale di Ravenna festival, è Massimo Bernardini: nulla di affettato o cerimonioso, non c’è posto per frasi di circostanza, c’è aria di festa. E di condivisione. Chiama sul palcoscenico i protagonisti della serata: prima il maestro Muti, accolto da un applauso che stenta a spegnersi. È con lui che si dipana il filo della memoria, attraverso il ricordo di don Dario Ciani, delle serate musicali vissute in quel «luogo dello spirito» che è Sadurano, dove l’arte e la bellezza erano «cibo per l’anima», in grado di nutrire e di riscattare chi si trovava in difficoltà.
Poi i cantanti: «Quanto è difficile cantare dopo Luciano!» dice scherzando il tenore Yusif Eyvazov. Sarà anche vero – e la voce di Pavarotti che risuona dal passato fa scorrere un brivido in sala –, ma il talento dei protagonisti di questa serata non si discute. In particolare quello di Anna Netrebko, soprano dalla personalità magnetica, capace di unire potenza straordinaria a una duttilità di timbro e di espressione inarrivabile, che ha accettato di scendere a Forlì tra una recita e l’altra della “Giovanna d’Arco” alla Scala (dove ha debuttato pochi giorni fa con inequivocabile successo).
È lei la “diva” che il pubblico aspetta: la sua voce calda, scura, ricca di armonici, emoziona e conquista tutti, prima in “Un bel dì vedremo” dalla “Madama Butterfly”, poi in “Si. Mi chiamano Mimì” dalla “Bohème”: nella sfumatura con cui intona la frase che chiude questo brano è racchiusa tutta la sua capacità di “essere” il personaggio che canta.
Insieme a lei, il suo futuro marito, Yusuf Eyvazov: duettano con profonda adesione in pagine da “Bohème” e potente risuona la sua voce in “Nessun dorma”. Eppoi c’è l’altro soprano, Eleonora Buratto, cui spetta una parte del recital tutto pucciniano, e che da subito risplende nel “Vissi d’arte” da “Tosca”.
A tessere le fila di tutto, Riccardo Muti al pianoforte: distilla i tempi, accompagna le voci assecondandone il respiro e le inflessioni (chi meglio di lui ne conosce i segreti?), sorride conquistato dalle voci e dal piacere di essere di nuovo lì, su quel palco, per qualcosa che è musica, ma anche molto altro.