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IL CASO

La Svizzera ha 700 anni ed è nata in Romagna

Torna di attualità il libro del 2000 di Alteo Dolcini sulla storia della "Lettera di Faenza"

La Svizzera ha 700 anni ed è nata in Romagna

Ha detto Roberto Balzani che Alteo Dolcini (Forlì, 12 settembre 1923; Faenza, 2 settembre 1999) è stato l’erede più eclettico e dinamico degli ideali di Aldo Spallicci. Sembra confermare questa definizione il curioso caso del libro “La Svizzera è nata in Romagna”, ultima opera di Dolcini pubblicata postuma nel 2000. Nelle ultime settimane il libro è uscito da un lungo letargo e ha guadagnato recensioni, non marginali, sul Corriere della Sera, Il Giorno, Libero e, non ultimo, il Corriere del Ticino. Un risveglio provocato da una ricorrenza storica che tocca i sette secoli, e che è caduta domenica 15 novembre.
Settecento anni fa, infatti, a Morgarten, gli avi degli attuali abitanti del territorio svizzero sconfissero i duchi d’Asburgo e posero le basi della loro indipendenza. Quell’avvenimento fu preceduto da un patto siglato l’1 agosto 1291, ancora oggi festa nazionale svizzera, che vide riuniti gli abitanti dei cantoni originari: Schwyz, Uri e Unterwald. E qui entra in gioco Faenza o meglio la Romagna come sosteneva Dolcini, anticampanilista tenace. Perché i diretti progenitori degli abitanti dei cantoni originari avevano ottenuto nel dicembre del 1240 a Faenza un atto che ne riconosceva le fondamentali prerogative di giurisdizione nei loro territori. A firmarlo fu l’imperatore Federico II di Svevia, sceso in Italia per affermare la propria supremazia sul papa Gregorio IX. L’esercito imperiale strinse d’assedio Faenza nell’ottobre 1240. La conquista della città era considerata agevole: l’obiettivo di Federico II era la guelfa Bologna, da sconfiggere e annientare per soddisfare i suoi sogni di egemonia sul suolo italiano.
Faenza invece resistette. Una resistenza che, oltre a salvare Bologna, mise in difficoltà l’Imperatore nel pagamento delle truppe al suo soldo. E così i soldati provenienti da Schwyz richiesero come compenso la sottoscrizione dell’atto conosciuto come la Lettera di Faenza. Il documento fu redatto probabilmente dal noto giurista Pier delle Vigne, ricordato anche da Dante nella Divina Commedia. Oggi è conservato nella sala principale del Museo dei Patti Federali a Schwyz, da cui deriva il nome Svizzera, insieme ai documenti fondanti dell’odierna Confederazione Elvetica.
Sempre a Schwyz un grande affresco sul municipio ricorda l’evento. Una frase sotto la scena dipinta recita: “Schwyz wird reichsunmittelbar erklaert von kaiser Frederich II in lager von Faenza 1240 (Schwyz viene dichiarata affrancata dall’imperatore Federico II nell’accampamento di Faenza)”.
Il testo di Dolcini è un breve saggio che però raccoglie una miriade di dati storici insieme a suggestioni e proposte. I fatti sono trasposti grazie alle memorie dei cronisti dell’epoca. Faenza contava allora circa quindicimila abitanti: “Parea cinta da una città nemica”, dato che l’esercito imperiale era composto da sessantamila soldati. L’assedio si concluse il 12 aprile 1241. L’evidente disparità di forze, la fame e il freddo che determinarono condizioni terribili di vita per i cittadini sono trattati da Dolcini con partecipazione emotiva.
La forma narrativa è quella dialogica, da lui preferita perché tra domande e risposte riesce a illustrare al lettore il “come e perché” di quei fatti lontani.
Salvatore Giannella, nel recensire l’opera di Dolcini, ha citato il brano dove l’autore sottolinea che «siamo un paese di dimenticoni, perché ci scordiamo di mille eventi storici e dei grandi spiriti delle nostre città che potrebbero alimentare in Romagna e in Italia il turismo storico».
Dopo quindici anni la considerazione di Dolcini è di grande attualità. Sono ottocentomila le presenze di turisti svizzeri ogni anno in Romagna. Cinquantamila gli italo-svizzeri residenti in Italia. Con questi numeri è chiaro, anche senza essere esperti di marketing turistico, che il richiamo storico della Lettera di Faenza rappresenterebbe un’opportunità allettante. L’amor patrio degli Svizzeri sarebbe soddisfatto da una visita in via Germana, nelle prime colline faentine, dove toponimo a parte, si presume che Federico II avesse il proprio accampamento. Dolcini non a caso fece apporre una targa a memoria delle vicende del 1240. E l’1 agosto lo si potrebbe festeggiare con i turisti svizzeri presenti sulle coste romagnole.
Insomma di materiale per il Comune di Faenza e i responsabili regionali del turismo ce n’è a sufficienza. Eppure al momento non si ha notizia d'iniziative in tal senso. E qui viene spontaneo chiedersi: ma allora aveva ragione Dolcini, siamo davvero un paese di dimenticoni? E se la Romagna, nei sogni di Spallicci ventunesima regione italiana, diventasse invece il ventisettesimo cantone svizzero?

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