Venerdì 30 Settembre 2016 | 15:27

SANTARCANGELO DEI TEATRI

Applaudito da pubblico e critici lo spettacolo che ha scatenato tante polemiche

50 minuti e 100 anni di storia nella rigorosa danza di Sehgal

Applaudito da pubblico e critici lo spettacolo che ha scatenato tante polemiche

SANTARCANGELO. Tutto il mondo ha da sempre applaudito il capolavoro del coreografo anglo-tedesco Tino Sehgal, che è stato presentato alla 45ª edizione del Festival del teatro in piazza: (untitled) (2000). Lo ha creato quindici anni fa e grazie ad esso ha ricevuto prestigiosi premi tra cui il leone d'oro alla Biennale di Venezia nel 2013.

Si potrebbe affermare che per Santarcangelo si è trattato di un onore averlo nella sua programmazione. Primo perché si tratta di occasioni rare, poiché oggi questo maestro si occupa di arti visive e non più di danza. Contestualmente, perché i due interpreti da lui scelti sono altrettanto noti e significano molto nel panorama della danza internazionale. Si tratta del francese Boris Charmatz, considerato uno dei capofila della non-danza, e del canadese Frank Willens, anche lui coreografo, vincitore del premio quale miglior performer al Favoriten festival di Dortmund. Si sono esibiti singolarmente in due momenti diversi (uno all’aperto, il secondo subito dopo al Lavatoio) anche se la coreografia era la stessa. E su di essa bisogna spendere elogi a non finire per l’elevato grado di originalità, ma anche e soprattutto per l’armonia e l’eleganza espressive, la ricchezza compositiva, la preparazione e il talento. E un rigore assoluto.

Il pubblico e i critici presenti hanno a lungo applaudito. Si è trattato di cinquanta minuti di pura danza in cui si sono ripercorsi, presentando estratti degli spettacoli più significativi, cent’anni di storia della danza. Questo lavoro regala veramente la sensazione di assistere a un evento speciale in cui si raccontano le invenzioni dei più grandi coreografi di tutti i tempi, da Nijinski a Pina Bausch, da Cunningham a Brown, da Rainer a Le Roy.

E se il corpo del danzatore è nudo è perché, come spiega la direttrice Silvia Bottiroli, si parla di «un archivio incorporato da un danzatore messo in relazione a un corpo nudo perché spogliato di ogni riferimento temporale ed estetico». La danza è arte e si relaziona con le trasformazioni del corpo e con quelle antropologiche, filosofiche, culturali, politiche. Non c’è nulla di offensivo o di oltraggio al pudore nella nudità di un corpo al servizio dell’arte, della pura arte, compresa la scena finale quando quel corpo, come recita l’interprete, si fa fontana e qualche goccia di pipì scaturisce con delicatezza da un pene tenuto nascosto senza provocazioni (e non finisce in bocca, come può sembrare da qualche immagine circolata), nella stessa posa del Manneken-Pis, la statua in bronzo posizionata nel centro storico di Bruxelles.

E a testimoniare che qui il corpo è e si fa opera d’arte, basta la scena di apertura con i rimandi diretti alla perfezione e alla bellezza ieratica delle sculture greche, citazione da Isadora Duncan, che a inizio Novecento cambiò la danza ispirandosi alla statuaria classica.

L’ultima scena («Je suis Fontaine») è invece la citazione dallo spettacolo di Jérôme Bel, fondatore del movimento della “non danza”, che a sua volta si ispira a un’altra scultura, precisamente la celeberrima Fontaine di Marcel Duchamp. Dunque, per usare le parole di Bottiroli, «un gesto fortemente coreografato, inserito all’interno di un contesto artistico specifico e dichiarato come tale».

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