La maledizione di Pletone

Chi ha incastrato Sigismondo? Un mistero aleggia sul Malatesta

Il signore di Rimini, di cui oggi ricorre il 550° anniversario della morte, venne meno alla promessa di gettare i resti del filosofo in mare e morì

di FEDERICOMARIA MUCCIOLI

09/10/2018 - 10:30

Chi ha incastrato Sigismondo? Un mistero aleggia sul Malatesta

Sigismondo (a sinistra) con Galeazzo Maria Sforza, Palazzo Medici Riccardi, Firenze

RIMINI. Tra i molti misteri di Rimini ve ne è uno, noto a pochi, che aleggia sulla morte di Sigismondo Pandolfo Malatesta, sopraffatto il 9 ottobre 1468 dalla malaria contratta durante la sua spedizione contro i Turchi nel Peloponneso, allora chiamato Morea (1464- 1466). Una vera e propria crociata, voluta da quello che era stato il suo nemico giurato, papa Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini da Corsignano, borgo da lui rivitalizzato col nome di Pienza (località nota come “città ideale” del Rinascimento ma anche, più prosaicamente e saporitamente, come patria dei pici “cacio e pepe”).

Una spedizione che forse nella mente di Sigismondo nasceva con ben altre aspettative. In fondo, poteva accampare qualche diritto sulla Morea, visto che una donna dei Malatesta, la sua parente Cleofe, aveva sposato Teodoro II Paleologo.

Il corpo di Gemisto Pletone

A conti fatti, nonostante qualche vittoriosa scaramuccia e considerati i bisticci con i Veneziani (magna pars in quell’avventura militare), l’unico vero successo fu il recupero delle spoglie mortali del filosofo Giorgio Gemisto Pletone, morto a Mistrà nel 1452 (o, per alcuni, nel 1454), recupero avvenuto in una notte dell’agosto 1465, rischiarata dalla luce della luna che faceva capolino dalle nuvole portatrici di tempesta (secondo un racconto, invero romanzesco, riportato da Silvia Ronchey nel suo L’enigma di Piero).

Principe dei filosofi

Un’azione quasi casuale e comunque furtiva, ma forse “abilmente” suggerita dai familiari del filosofo. Sigismondo, tornato a Rimini solo nel 1466, fece infatti deporre i resti di Pletone in un’arca esterna del Tempio Malatestiano, accanto alle tombe di nomi illustri della sua corte (Giusto de’ Conti, Basinio da Parma). Vi fece anche apporre un’epigrafe, redatta da Roberto Valturio, letterato e suo insostituibile consigliere, in cui Pletone è gratificato dell’appellativo di principe dei filosofi del suo tempo.

Nonostante le enfatizzazioni, questi è davvero figura cardine del Quattrocento. Tra i suoi ammiratori in Italia vi erano Ciriaco d’Ancona, più volte passato per Rimini, e l’autorevole e influente cardinale Bessarione, già suo discepolo (alla Biblioteca Malatestiana di Cesena si conservano alcuni dei suoi mirabili corali), sì che il suo pensiero doveva avere una qualche attrattiva anche alla corte malatestiana.

L’ipotesi del soggiorno riminese

Molto meno sicuro è però che sia giunto a Rimini su sollecitazione di un giovane Sigismondo, all’epoca del concilio di Ferrara-Firenze (1438-1439). Tale ipotesi poggia su un passo di Mario Filelfo, per cui il Malatesta avrebbe invitato, oltre a Basinio, anche Pletone ad abitare a Rimini, offrendogli una lauta remunerazione. Un’affermazione contenuta in un contesto poetico (l’epitalamio per le nozze di Roberto Malatesta ed Elisabetta da Montefeltro nel 1475) passato per lungo tempo quasi inosservato, almeno fino alla valorizzazione di Charles Yriarte, autore di una monumentale biografia di Sigismondo in francese nel 1882 (tradotta in italiano da Moreno Neri).

Yriarte però non arrivava ad avvalorare l’ipotesi del soggiorno riminese, che in anni recenti è divenuta per taluni quasi un dogma dottrinale, al punto che il nome di Pletone, quasi fosse un brand commerciale, figura nelle tovagliette di apprezzati locali etnici, a imperitura memoria delle sue frequentazioni sigismondee.

Giorgio di Trebisonda, il nemico

Ma vi è un risvolto curioso su Pletone a Rimini, da vivo e ancor più da morto. Uno dei suoi più accaniti nemici era un altro greco e un altro Giorgio, Giorgio di Trebisonda (sul Mar Nero), difensore di Aristotele e avverso a Platone (per cui si attirò anche le reprimende del Bessarione, suo avversario). Per lui Pletone era il male assoluto, colui che prediceva al concilio di Firenze che presto vi sarebbe stato l’avvento di una nuova forma di religione, un neopaganesimo diremmo noi, con un ritorno alla filosofia di Platone.

L’aneddoto

Legato a Pietro Barbo, divenuto papa nel 1464 con il nome di Paolo II (succedendo a Pio II), Giorgio è unico testimone (e dunque interessato, se non infido) di un curioso aneddoto riguardante Sigismondo. Il Malatesta fu alla corte del papa a più riprese a partire dal 1466. Soggiorni romani tutt’altro che piacevoli, se non burrascosi, dato che il pontefice, nonostante le iniziali cortesie, non concesse nulla di quanto il signore romagnolo richiedeva. Anzi, Paolo II avrebbe preteso addirittura la cessione di Rimini, la città per il cui decoro Sigismondo aveva costruito Castel Sismondo e si era svenato per finanziare la costruzione dell’incompiuto Tempio. Richieste da suscitare istinti omicidi, nell’ormai frustrato Malatesta…

Piace immaginare come location di questi colloqui il palazzo del pontefice, oggi palazzo Venezia (dove si affacciava Mussolini per blandire la folla adorante: corrompendo con un sorriso complice la custode si può sbirciare dal famigerato balcone la piazza sottostante, magari illudendosi di riportare indietro di qualche decennio la macchina della Storia).

Sigismondo a Roma era probabilmente vicino di casa di Giorgio di Trebisonda. Questi, come lui stesso narra, predisse mille sventure al Malatesta se non avesse cacciato dalla sua città l’Apollo che albergava nelle spoglie mortali di Pletone. Vane le promesse a riguardo di Sigismondo, ragione per cui si ammalò fino quasi a morire. Confidando nel buon Dio (e non nei vacui vaticini degli astrologi), Giorgio gli predisse anche l’ora della guarigione, di nuovo spiegando al signore riminese che la causa dei suoi mali era dovuta all’empio Pletone.

Promessa non mantenuta

Parole al vento. Cocciutamente Sigismondo venne meno alla promessa di gettarne i resti in mare, per cui, ritornato a Rimini, cadde malato e spirò. Evidente effetto della maledizione di Pletone che, secondo Giorgio di Trebisonda, avrebbe colpito anche la moglie, Isotta, e i suoi figli.

Certi uomini, con le loro idee, sono pericolosi tanto da vivi quanto, se non più, da morti. Se proprio non si vuole restituire il corpo di Pletone ai Greci, che pure lo hanno patriotticamente reclamato, meglio lasciarlo riposare nel Tempio Malatestiano, insieme a Sigismondo. Requiescant in pace, in attesa delle prossime celebrazioni del signore di Rimini.

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