MASSIMO MANTELLINI

«La società cambia, la nostra vita oggi è a bassa risoluzione»

Il giornalista forlivese presenta il suo ultimo saggio questa sera alla Malatestiana di Cesena

di VERA BESSONE

27/09/2018 - 11:00

«La società cambia, la nostra vita oggi è a bassa risoluzione»

Foto di Suzukimaruti

CESENA. Destinati a un futuro di scarsa qualità? Generazione di persone che si “accontentano” (di una canzone in streaming, di una cucina in truciolare, di un viaggio in super economy...)? Le premesse di Bassa risoluzione (Einaudi, 2018), il libro del giornalista forlivese Massimo Mantellini, sembrano portare a conseguenze poco allettanti: «Per molto tempo – scrive – abbiamo immaginato la tecnologia in una relazione lineare con la qualità della nostra vita. All’aumentare dell’una cresceva l’altra. È evidente che non è così».

Mantellini, classe 1961, è uno dei maggiori esperti della rete internet di cui ha scritto per anni (Punto Informatico, Internet Magazine, Il Sole24ore, L’Espresso, Il Post, Fanpage). Ha aperto uno dei primi blog italiani nel 2002 (www.mantellini.it). Stasera alle 20 presenterà il suo ultimo lavoro Bassa risoluzione alla Biblioteca Malatestiana di Cesena in dialogo con Paolo Montevecchi dello Ux Book Club, spazio di discussione sui temi della user experience.

Internet rappresenta una grandissima risorsa per la conoscenza, però è anche un veicolo di informazioni superficiali: leggere un titolo postato da un amico su Facebook piuttosto che l’editoriale di una grande testata è un po’ differente... Lei però non sembra pessimista.

«Non stiamo cadendo in un precipizio: molte volte quello che scegliamo di perdere in un punto lo ritroviamo in un altro, un valore che banalmente si sposta come succede quando c’è un cambio di orizzonte. Io parto dall’esempio di mia figlia, che ascolta la musica con un impianto che è tutt’altro che “hi-fi”, come le casse del suo telefonino, però ha a disposizione tutta la musica del mondo, cosa che io, come i miei amplificatori in palissandro, ai suoi tempi non avevo. Un altro esempio è la fotografia: una volta costruivamo un racconto di noi stessi attraverso le immagini di momenti fondamentali della nostra vita, le vacanze, il matrimonio... Oggi il nostro album è fatto da una quantità gigantesca di immagini e il valore si sposta: non stampiamo più le foto, ma dopo un secondo sono nella nostra disponibilità».

La “bassa risoluzione” del titolo è quella di cui ci accontentiamo. Rinunciando però a molto.

«La tecnologia – nel momento in cui è stata utilizzata da tutti – ha reso molto più evidente qualcosa che esisteva già: le persone, tutte, fanno delle scelte di riduzione. L’atteggiamento di avere grandi disponibilità tecnologiche e sfruttarne solo una parte è una scelta comunicativa che descrive il contemporaneo, ma non è solo una tesi di riduzione».

Il valore positivo del cambiamento prevale su quello negativo? In fondo abbiamo a disposizione una quantità enorme di dati cui prima non potevamo accedere.

«Ne sono convinto, non condivido chi dice “troppa informazione uguale nessuna informazione”. Credo sia fondamentale saperli gestire questi dati, ci serve qualcosa che dalle troppe informazioni tragga quello che ci interessa».

Come Google?

«Google nasce come un motore di ricerca ad alta risoluzione, rispetto ai concorrenti del tempo consentiva di trovare cose che altri motori non trovavano basandosi sul PageRank, il valore che le persone davano alle informazioni tramite i link. Poi ha iniziato a seguire i gusti delle persone e oggi è un motore a bassa risoluzione».

Molti, pur di vedere un film appena uscito, lo guardano in streaming sul computer, ma è anche vero che altri hanno a disposizione televisori full hd o 4k con una definizione incomparabile rispetto a quella di certe sale di un tempo.

«È vero, Netflix trasmette in 4k, però mia figlia lo guarda sul cellulare. Anche le foto che fanno alcuni telefonini sono paragonabili a certe macchine fotografiche. A me interessava soprattutto indagare come noi utilizziamo tutta questa tecnologia. Questo libro è una maniera per raccontare il nostro tempo, il mondo oggi è questo qui e dobbiamo pensare alle opzioni disponibili».

Dall’ascolto della musica fino ai mobili Ikea e ai voli Ryanair... ma Ikea e Ryanair sono anche una forma di democrazia: il design per tutti, il viaggio che prima solo pochi si potevano permettere...

«È il classico esempio di come una forma di bassa risoluzione abbia una prevalenza di positivo. Anche una libreria Ikea che costa 50 euro è una specie di sfida: ci dice che certi oggetti oggi li possono avere tutti».

Veniamo al tasto dolente: siamo pieni di informazioni eppure l’informazione, quella tradizionale, sta morendo. Come si salva?

«Come si fa non lo so. Nel mio afflato positivo nei confronti della tecnologia trovo che non ci sia valore nelle cose che abbiamo perso dell’informazione. Dal 2006 al 2016 i giornali di carta hanno perso il 50% di lettori; la logica avrebbe voluto che questo spostamento di lettori finisse sul web, ma nello stesso decennio le persone che hanno cominciato a informarsi sui siti web sono aumentate del 4%. Gli altri hanno smesso di utilizzare canali informativi e questo è il centro del problema, le persone si sono allontanate dell’informazione o si informano attraverso il loro feed di Facebook».

E come se ne esce? Il Parlamento Europeo ha approvato tra molte polemiche la nuova e discussa direttiva sul diritto d’autore.

«È il classico giochetto della lobby degli editori per cercare di farsi dare soldi da chi li ha. È culturalmente sbagliato. Posso non rendere più gratuiti i miei contenuti sul web, ma nel momento in cui li metto gratuiti sul mio sito, non posso immaginare che debbano essere pagati dall’intermediario che le pubblica su Facebook».

E quindi? Crollo dei giornali cartacei, abitudine degli utenti a non pagare l’informazione sul web... Come si mantiene un sistema informativo serio?

«L’unica possibile soluzione che suggerisco è che si possa immaginare un nuovo finanziamento pubblico dei giornali. Facciamo una commissione di 10 persone da tutti considerate autorevoli e facciamo in modo che lo Stato finanzi chi fornisce dei prodotti editoriali utili alla democrazia, non vedo altro modo».

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