LA STORIA

Quel pomeriggio da Far West all’Osteria della Fossa

Una sparatoria, un morto e un ferito grave il 20 maggio 1907: imputati i tre fratelli Manfroni, tutti assolti per legittima difesa

di ONIDE DONATI

31/08/2018 - 16:58

Quel pomeriggio da Far West all’Osteria della Fossa
Una sfida rabbiosa e incosciente, il segnale d’inizio di una battaglia che lasciò, nello spiazzo polveroso di San Martino in Riparotta, due corpi: quello di Adamo Vici detto Bernucci, morto all’istante, e quello di Federico “Richin” Manfroni, ferito gravemente. È il racconto del giornalista Onide Donati, che qui – grazie alla ricerche compiute all’Archivio di Stato di Forlì sui fascicoli del Tribunale e della Corte d’Assise – ricostruisce una vicenda di inizio Novecento riguardante la sua famiglia.

RIMINI. Quella che segue è una storia efferata nella Rimini di inizio Novecento: una sparatoria con un morto e un ferito grave all’osteria della Fossa di San Martino in Riparotta il 20 maggio 1907. Furono imputati dell’omicidio mio nonno e i suoi due fratelli. La maggior parte delle notizie le ho ricavate da un voluminoso fascicolo istruttorio (circa 400 fogli), perfettamente conservato nell’Archivio di Stato di Forlì. Dell’epilogo giudiziario ho trovato la “dichiarazione del giurì” della Corte d’Assise di Forlì grazie alla quale si intuisce che gli imputati vennero assolti per l’omicidio in quanto agirono per legittima difesa e condannati (forse a una multa) per il porto abusivo di armi. E del resto se fosse andata diversamente non sarei qui a scrivere questa storia...

La storia

«Uno due tre, venite fuori», intimò Adamo Vici con l’indice puntato verso i tre fratelli Manfroni. Così, almeno, riportano gli atti ufficiali. Ma l’italiano dei verbali non rende bene. «Òna dò e trè: amnói fura», disse più verosimilmente in dialetto, l’unica lingua conosciuta dai poveretti. Una sfida rabbiosa e incosciente, il segnale d’inizio di una battaglia che lasciò nello spiazzo polveroso dell’Osteria della Fossa di San Martino in Riparotta, alle 17 di lunedì 20 maggio 1907, due corpi: quello dello stesso Vici detto Bernucci, crivellato da cinque proiettili, uno dei quali sparato da una pistola calibro 9 gli trapassò cuore e polmoni fulminandolo all’istante; e quello di Federico “Richin” Manfroni, ferito al fianco destro da un colpo di pistola calibro 12 che, dopo avere forato l’intestino retto, terminò la sua corsa contro la spina dorsale, tra la sesta e la settima vertebra. «U m’à mazàe», m’ha ammazzato sentirono gridare i testimoni dal più piccolo dei Manfroni, mentre crollava nei pressi di un salice. Secondo la difesa, dopo quella frase Richin avrebbe avuto ancora la forza di premere il grilletto da terra per l’ultimo fatale colpo a Vici. Ma l’autopsia – eseguita dai medici Gaetano Rossini e Angelo Lazzari nella camera mortuaria del cimitero di Santa Giustina – stabilì che Bernucci morì all’istante per il colpo al cuore sparato con una traiettoria del proiettile orizzontale. Insomma, non fu Federico Manfroni da terra a sparare il colpo mortale. In ogni caso la dipartita di Vici era segnata anche per le precedenti ferite, una delle quali all’addome. La vittima, di 29 anni, abitava a Santa Giustina e aveva la moglie e quattro bambini. I medici legali trovarono nel suo stomaco «una massa non indifferente di sostanze alimentari mescolate a vino». Invece “Richin”, di appena 21 anni e residente come i fratelli Giovanni (Zvàn, 29 anni) e Agostino (Gustin, 26) a poche centinaia di metri da lì, pagò quella follia con la perdita dell’uso delle gambe. Nel piazzale dell’osteria, secondo i carabinieri, tre o quattro pistole spararono una ventina di volte. Le pistole dei Manfroni (due o tre, non si è appurato se Agostino fosse armato) sparirono immediatamente dalla scena del crimine e non furono ritrovate.

Il perché di quella sfida restò un mistero: Vici da solo contro tre non poteva “vincere”, in più era equipaggiato con una vecchia pistola belga difficile da maneggiare e imprecisa. L’autopsia dimostrò che quando i Manfroni risposero al fuoco, Vici venne colpito sotto l’ascella destra, segno che il braccio era alzato e teso per sparare ancora. L’indagine non ha accertato chi, dei Manfroni, indirizzò il colpo al cuore di Vici. Un paio di testimonianze sostengono che Giovanni e Agostino, subito dopo la sparatoria, avrebbero chiesto ai presenti di dire che il colpo era stato esploso dal povero Federico, ovvero dal fratello che, accolto dall’ospedale “in pericolo di vita”, meno poteva essere perseguito dalla giustizia. Federico stesso, nel primo interrogatorio, si assunse tutte le responsabilità. Successivamente ammise che anche Giovanni «poteva avere tirato qualche colpo». L’uno e l’altro fecero di tutto per tenere fuori Agostino.

Un diverbio da “quattro soldi”

I Manfroni e Vici lavoravano tutti alla corderia Dossi di Viserba, la grande “fabbrica” che dava lavoro agli uomini della zona. Tra i tanti testimoni, quasi tutti ascoltati dal pretore Umberto Fantinelli assistito dal cancelliere Angelo Costa, venne interrogato anche Giuseppe Verga, il direttore della corderia. Verga era un giovane milanese, «un sgnòur» e di Vici disse che era un bravo lavoratore ma «con un carattere piuttosto suscettibile e non tollerante d’osservazioni». Poi il parroco di San Martino in Riparotta, don Giovanni Nicoletti, mise a verbale che i Manfroni erano «bravi cattolici». Furono due testimonianze importanti per i fratelli Manfroni, indicarono che l’ambiente sociale era schierato con loro e non con Vici, descritto quasi unanimemente come attaccabrighe e provocatore. Una testa calda, insomma.

A scatenare quella violenza, nella quale certamente gli effetti dell’alcol ebbero rilievo, fu un diverbio avvenuto la sera prima, domenica 19 maggio 1907, giorno di Pentecoste, tra Bernucci e uno dei “Manfrun”, Agostino. Avevano litigato a un tavolo del locale. «Futili motivi», si direbbe oggi: dopo la raccolta dei soldi per pagare il vino mancavano 20 centesimi di lire («Quattro soldi»), circa 70 centesimi di euro oggi: Adamo e Agostino si accusarono a vicenda di avere sottratto quella miseria dal conto. Vennero alle mani e l’oste Pietro Brandi e gli altri clienti del locale li divisero a fatica, chiusero a chiave Gustin in una stanza sopra l’osteria e guardarono a vista Vici nel locale. Vici, secondo i testimoni, più volte urlò che Agostino gliela doveva pagare e che avrebbe fatto i conti con lui la mattina successiva. I due furono poi “liberati” in momenti diversi, per evitare che si incrociassero.

Carte, vino e sparatoria

La notte tra domenica e lunedì Vici dormì poco perché «era agitato», testimoniò la moglie Virginia Paglierani. Al mattino mise la sua doppietta in spalla e, dopo la visita a un altro cordaio per avvisarlo che doveva raggiungere il posto di lavoro dove era arrivato un vagone da scaricare, si recò a casa di Agostino. Non lo trovò però, era a messa a Viserba coi suoi fratelli come erano soliti fare i cattolici praticanti nella «seconda festa di Pentecoste» (giorno semifestivo nel quale gli uomini erano liberi dal lavoro).

L’incontro ci sarebbe stato nel pomeriggio, nella stessa osteria. Prima con Federico, poi con Giovanni e infine con Agostino. L’oste Brandi e gli altri clienti cercarono di riappacificarli e tutte le testimonianze sono concordi nel descrivere i fratelli Manfroni come ben disposti. Ma Vici no, «non volle fare la pace» e affrontò la sfida finale nel piazzale dell’osteria, di fianco alla fossa Viserba. La vittima arrivò all’osteria nel primo pomeriggio, giocò a carte e bevve parecchio prima che, alla spicciolata, giungessero i Manfroni. Li chiamò fuori ed estrasse per primo la rivoltella ma l’oste e alcuni avventori ebbero la prontezza di deviare verso l’alto il suo braccio al primo e al secondo colpo (i proiettili si infilarono nel cornicione). I Manfroni risposero al fuoco da più punti e causarono un fuggi fuggi generale. Il “duello” durò pochi attimi, sufficienti perché un giovane morisse e un altro si rovinasse il futuro. Vici, già gravemente ferito, tentò una disperata fuga dopo avere messo ko Federico. Poi, vistosi inseguito, assunse la posizione di tiro ma prima di premere il grilletto fu colpito al cuore.

I tre fratelli Manfroni vennero subito arrestati dai regi carabinieri, Giovanni e Agostino finirono nel carcere di Forlì e Federico prima piantonato in ospedale a Rimini, dopo essersi ripreso raggiunse i fratelli in prigione. Assunse la loro difesa l’avvocato Cosimo Maria Pugliesi. Il legale il 18 settembre 1907 riuscì a ottenere dalla camera di consiglio del Tribunale di Forlì la libertà provvisoria per «motivi umanitari» di Federico, le cui condizioni fisiche erano incompatibili con il carcere. La libertà di Richin durò soli tre mesi e il 12 dicembre 1907 la Corte d’Appello di Bologna emise un nuovo ordine di cattura. Giovanni e Agostino restarono in cella 11 mesi continuativi, fino al processo. L’indagine fu molto approfondita e vennero nominati i periti balistici e i medici legali (questi ultimi autori di una relazione autoptica ispirata ad avanzati criteri di medicina forense). Il fascicolo istruttorio comprende perfino due fotografie scattate sul luogo del delitto. Tutti i fogli sono scritti a mano (e non è stato facile leggerli), tranne la relazione autoptica compilata a macchina. I testimoni ascoltati furono una ventina.

Il processo

Il Procuratore generale del re di Bologna rinviò a giudizio i tre fratelli Manfroni il 19 novembre 1907 con le accuse di omicidio e porto abusivo di pistola. Il processo si tenne il 25 aprile 1908 alle 9 in Corte d’Assise a Forlì, in piazza Morgagni. La legislazione dell’epoca prevedeva che la Corte d’Assise fosse formata dal presidente togato e da 12 giurati popolari. Al termine del processo, il presidente sottoponeva un formulario con varie domande ai giurati popolari e le risposte costituivano la base vincolante della sentenza. Il processo fu molto combattuto. La mamma e la vedova di Vici si costituirono parte civile. Imputati e parte civile ebbero diritto al gratuito patrocinio in quanto nullatenenti e poveri. La difesa portò una quindicina di testimoni che raccontarono come Vici fosse stato protagonista di numerose violenze e minacce ai loro danni.

Il 28 aprile si riunì il giurì e la chiave per leggere il processo è nelle risposte affermative alla “Questione I” e “Questione II”, ovvero se ciascuno degli imputati «sia concorso con altro o altri ad eseguire l’uccisione di Vici Adamo» e se ciascuno degli accusati abbia sparato alla vittima «per esservi stato costretto dalla necessità di respingere da sé o da altri una violenza attuale ed ingiusta». In sostanza il giurì, a maggioranza, ritenne che i tre fratelli Manfroni compirono l’omicidio ma che agirono per legittima difesa. Di conseguenza, la Corte li assolse. Il giurì ritenne anche che tutti e tre fossero armati e tutti e tre abbiano fatto fuoco. Presumo che per il reato di porto abusivo di arma siano stati condannati ad una multa. L’ordinamento giudiziario del Regno d’Italia del 1865, in vigore fino al 1931, prevedeva l’inappellabilità del processo di Corte d’Assise.

Una storia romanzata per decenni

È una pagina della Rimini di ieri che oggi probabilmente nessuno storico o ricercatore conosce ma che rimase per decenni, romanzata, nell’immaginario collettivo. Ne ho ricavato l’impressione che il processo sia stato equilibrato e garantista, così come richiedeva il “Codice Zanardelli” del 1895 (che aveva anche abrogato la pena di morte).

Di “Zvan” Manfroni, mio nonno materno nato nel 1878 e morto nel 1957, ho impresso nella memoria solo un flash nell’aia della sua casa in via Popilia a Viserba Monte. Mia nonna Rosa Fabbri mise al mondo cinque femmine e un maschio tra il 1907 e il 1925: la primogenita nacque col babbo in carcere, l’ultimogenita è l’unica sopravvissuta, mia mamma fu la penultima a nascere, nel 1923, ed è morta quattro anni fa. Richin morì prima della guerra e convisse con la sua “disgrazia” in modo lieve, accudito da una solidarietà familiare che mai venne meno: faceva il carrettiere, aveva una spiccata propensione per gli affari e da tutti era considerato un gran burlone. Agostino emigrò a Roma ai tempi delle bonifiche ed ebbe cinque figli.

La copiosa prole di Giovanni e Agostino ha costruito un albero genealogico sparpagliato tra Rimini e Roma con fronde fittissime.

L’Osteria della Fossa restò in esercizio fin dopo la Seconda guerra mondiale. Venne demolita negli anni Cinquanta per fare posto a una casa.

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