L'INTERVISTA

Fabrizio Moro: «Si raggiunge la felicità quando si lotta per un sogno, vivendo»

Il vincitore del Festival di Sanremo in concerto venerdì 13 luglio in piazza Garibaldi a Cervia. Con l’ultimo album “Parole, rumori e anni” racconta quanta “Acqua” è passata nella sua vita

di GIULIA FARNETI

10/07/2018 - 11:21

Fabrizio Moro: «Si raggiunge la felicità quando si lotta per un sogno, vivendo»

Fabrizio Moro

La sua è una voce roca e graffiante, ma anche calda e avvolgente, capace di raccontare tanto di una vita vissuta appieno, senza sconti e senza scorciatoie: Fabrizio Moro lo farà anche durante il concerto di venerdì 13 luglio alle 21.15 in piazza Garibaldi a Cervia. «Di acqua ne è passata sotto queste scarpe, fra le mani, davanti agli occhi e nello stomaco», così canta il 43enne artista romano in Acqua, la canzone che fa parte dell’ultimo album “Parole, rumori e anni”. Quell’acqua racconta le infinite sfumature assorbite negli anni, gli spostamenti, le gioie, i viaggi, le difficoltà a reagire a quelle porte sbattute in faccia e a quegli ostacoli che gli sbarravano spesso la strada per afferrare quel sogno che andava oltre i vicoli bui della periferia romana in cui è cresciuto. La vittoria a Sanremo giovani nel 2007 con Pensa, il primo posto tra i “big” al festival della canzone italiana di quest’anno e il quinto posto all’Eurovision, in coppia con Ermal Meta, con Non mi avete fatto niente sono soltanto alcune tra le tante luci nella sua vita. Fabrizio Moro ci racconta la libertà di un sogno, quello di fare il cantautore, diventato realtà, quella stessa libertà che gli ha permesso di non smettere mai di scegliere come disegnare il proprio destino.

Moro, “L’eternità” è il suo ultimo singolo, con la partecipazione di Ultimo, che sta scalando le classifiche delle radio e non solo. Dinnanzi alla fugacità di ciò che ci sta intorno, cos’è l’eternità?

«Per me eterne sono le mie canzoni, quelle che lascerò, non agli altri ma ai miei figli, a coloro che sono andati oltre la spigolosità del mio carattere per conoscermi a fondo e a coloro che mi hanno amato veramente. Con la musica ho sempre cercato di far emergere il mio stato d’animo; quella delle note è un’arte che non morirà mai e spero che accompagni i miei figli nelle sfumature della loro vita».

Lei viene dalla periferia romana di San Basilio; quali sono le luci e le ombre del suo quartiere?

«Il mio è un quartiere di Roma est che può apparire un tunnel buio e stretto, fatto di vicoli lunghi con poca luce; non è facile crescerci, soprattutto quando si viene da un contesto sociale umile. Ci sono strade con operai, spacciatori, polizia e ladri, brava gente e figli di... Le ombre sono tantissime, la droga e la criminalità sono il più delle volte protagoniste; a contrastare l’ombra c’è però una luce che solo chi vive in periferia conosce e sa che avrà la meglio perché il sole da qualche parte c’è sempre, basta saperlo cercare».

Che bambino era Fabrizio quando viveva lì?

«Sono cresciuto in una palazzina popolare; non ero mai solo, non ho mai mangiato da solo. A differenza degli altri però, non riuscivo bene ad esprimermi come invece avrei voluto, ero molto timido; annotavo su fogli di carta i miei pensieri, che sono poi diventati canzoni. Molti sognavano di fare i calciatori, io volevo fare il cantautore».

In “Libero” canta di volersi sentire libero dalla paura del futuro. Cosa le fa più paura oggi e cosa invece ieri?

«Ho sempre avuto paura di non essere autosufficiente dal punto di vista fisico ed economico. Ho la fobia di ammalarmi; a volte cerco di vivere questo status con più leggerezza scherzandoci sopra e a volte invece preferisco chiudermi in me stesso, prima o poi riuscirò a superarlo. Faccio un mestiere che non dà garanzie e sicurezze, ma spero di continuare a cavalcare il mio sogno; sono sempre riuscito a cavarmela e spero di non smettere. Per fortuna a volte la paura si trasforma in coraggio».

Si è fatto conoscere al grande pubblico vincendo tra le nuove proposte nel Sanremo 2007 con “Pensa”, un vero e proprio inno contro le mafie. A cosa dovremmo dire no, oggi?

«Alla violenza, soprattutto nei confronti dei più deboli, ai soprusi e alla prepotenza di certe persone e di un certo tipo di politica. I giovani sono disinnamorati della realtà che li circonda; negli anni ’70, la prepotenza non poteva essere messa in pratica da nessuno perché la gente era abituata a ribellarsi. Oggi invece ci impongono uno schiaffeggio culturale dinnanzi al quale siamo inermi e rassegnati. Dovremmo dire no all’indifferenza e alla rassegnazione».

In “Portami via” canta di ostacoli, di mostri e degli errori che, per quanto ci sforziamo di non voler commettere, ci imprigionano nel loro vortice senza fine. Cosa vuol dire vivere?

«Significa svegliarsi alla mattina, fissare bene i piedi a terra e avere chiaro quello che si deve fare quel giorno, lottando anche contro tutto e tutti per raggiungere il proprio obiettivo. Vivere vuol dire farsi forza nel credere in qualcosa, sempre e comunque. È meglio vivere che limitarsi a sopravvivere».

Ha vinto il Festival di Sanremo ed arrivato quinto all’Eurovision, insieme ad Ermal Meta, con “Non mi avete fatto niente”. Di fronte all’odio, al terrorismo e al sangue innocente cosa può salvarci?

«Combattere per quello in cui crediamo, la forza di continuare a credere nella libertà di poter cambiare le cose. Dobbiamo reagire dinnanzi agli ostacoli che l’esistenza mette nel nostro cammino e avere la meglio. Le menti malate del terrorismo non devono fermare la forza della vita, non possono permettersi di spargere un terrore gratuito, possono distruggere molto ma non la capacità di sognare, come solo la musica può fare».

Canta che “Ci vorrebbe un’altra vita, per comprendere ogni cosa prima che sia già passata fra le mani”. Cosa dovremmo afferrare e non lasciare mai andare?

«Sono un uomo che molto spesso blocca il suo istinto, non riuscendo a comunicare i propri sentimenti. Ho fatto molti sbagli nella mia vita, come quello di non riuscire a dare una carezza a mia madre per vergogna; ho iniziato a 40 anni, non a 15. Ci vorrebbe un’altra vita per lasciarci trasportare dalle emozioni senza paura, cercando di sbagliare meno».

In “Parole, rumore e giorni” emerge un costante confronto tra quello che siamo stati e quello che siamo. Ha trovato più risposte ora rispetto a prima?

«Alcune le ho trovate ma altre no, altre ancora spero di non trovarle. Mi auguro ancora di pormi domande e di non smettere, la troppa sicurezza a volte non è salvifica».

Il periodo in cui viviamo non è così semplice, ma è giusto credere al sogno della “Felicità”, come lei stesso dice nella sua canzone?

«Assolutamente sì. Penso sempre al film di “Rocky Balboa”. Quel pugile ha sempre avuto una vita non semplice, momenti in cui stava per toccare il fondo ma fortunatamente la grinta e la forza di sopravvivere gli hanno sempre permesso di vivere e di vincere. La felicità si raggiunge quando si lotta per un sogno, vivendo».

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