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LUCA ARGENTERO

«Che cos’è la felicità? È un’attitudine nei confronti della vita»

«I personaggi del film sono precari che gravitano in un limbo di insoddisfazione. Vanno in Armenia ma non riescono a cogliere la loro occasione»

di GIULIA FARNETI

30/05/2018 - 10:00

«Che cos’è la felicità? È come un’attitudine nei confronti della vita»

RICCIONE. Sarebbe dovuto essere al Cinepalace di Riccione lo scorso 13 maggio per presentare la sua ultima fatica – “Hotel Gagarin” –, ma per cause di forza maggiore non è potuto esserci. Tuttavia, Luca Argentero non si è risparmiato al Corriere Romagna.

Volto noto del grande schermo, molto amato dal pubblico, femminile soprattutto, gentile e alla mano, è al cinema con il film di Simone Spada per raccontare la storia di cinque italiani squattrinati che hanno, oltre al suo, il volto di Claudio Amendola, Giuseppe Battiston, Barbora Bobulova e Silvia D’Amico, che vengono convinti da un produttore a girare un film in Armenia. Quando raggiungono il freddo e isolato Hotel Gagarin scoppia una guerra e il produttore sparisce con tutti i soldi.

Argentero, il suo personaggio è Sergio: che uomo è?

«È un indolente inetto che non sa cosa voler fare della propria vita, e un consumatore di droghe leggere. Tutti i personaggi del film, tra cui anche il mio, sono dei precari che desidererebbero essere felici, ma non hanno calcolato che non hanno possibilità di raggiungere la felicità restando fermi dove stanno. Gravitano in un limbo di grande insoddisfazione. Sono costretti ad andare fino in Armenia, ma anche quando sono lì non riescono a cogliere l’occasione. Non ho avuto una particolare preparazione per questo ruolo, se non un’attenzione a un look trasandato da consumatore di canne».

Nel film viene citata una frase di Tolstoj: «Se vuoi essere felice, inizia». Ma che cos’è la felicità?

«Sergio cerca di riprendere in mano le redini della sua vita. Il concetto di felicità è un po’ il filo conduttore di tutto il film. Cominciare a essere felici dev’essere sicuramente prima di tutto una decisione che parte da noi stessi. È difficile continuare ad aspettare che qualcosa arrivi dall’esterno a salvarci; se vogliamo iniziare a sorridere è necessario fare tutto ciò che è in nostro potere perché questo accada. La felicità ha mille sfaccettature, credo che sia una sorte di attitudine nei confronti della vita».

Il cinema tanto desiderato dai protagonisti della storia si rivela una truffa. A lei le è mai capitato?

«Per fortuna no. Quella che raccontiamo è un’iperbole di alcune reali situazioni che possono accadere. I furfanti e gli imbroglioni ci sono nel cinema come in qualunque altro mestiere».

“Hotel Gagarin” è un film sulla speranza e sui sogni. Oggi viviamo in un periodo storico non semplicissimo, soprattutto per i più giovani. Possiamo ancora sognare?

«Assolutamente sì. Che vita sarebbe senza sogni? Il sogno è un qualcosa di molto privato. Io stesso sto vivendo uno sogno e spero non finisca mai. Dopo Economia, avrei potuto affidarmi alla certezza di una strada già tracciata, in quanto figlio di torinesi borghesi. Ho preferito fare di testa mia andando a Roma a provare a fare l’attore. Per fortuna è andata bene».

E il cinema è davvero una fabbrica di sogni?

«Direi di sì. È un mestiere in continua evoluzione. È la possibilità, in una sala buia com’è quella cinematografica, di entrare nelle vite delle persone raccontando loro emozioni, attimi di esistenza e mille sfumature di ciò che ci circonda».

È stato tra i protagonisti del film campione d’incassi “Noi e la Giulia” in cui racconta una storia che affronta un tema delicato, ovvero quello dell’insoddisfazione dei più o meno giovani nella vita che conducono. Perché secondo lei c’è questa grande amarezza che serpeggia tra i più?

«Credo che la res pubblica non sia gestita bene come invece dovrebbe essere. Parte dell’Articolo 1 della nostra Costituzione afferma che la sovranità appartiene al popolo, cosa che invece chi ci governa si dimentica. Questo crea un malcontento generale perché viene meno la dignità. Viviamo in un Paese in cui i ricchi sono molto ricchi e i poveri molto poveri; è altrettanto vero che siamo un popolo che non si è mai arreso e che dinnanzi alle difficoltà ha sempre saputo cavarsela, speriamo sia ancora così».

Ha vestito i panni di Mattia Cavedoni in “Lezioni di cioccolato”, un uomo senza scrupoli titolare di una piccola impresa che deve fare i conti con uno dei suoi operai non in regola che si ferisce sul lavoro. Una tematica molto delicata, affrontata anche dal Concerto del 1° maggio a Roma.

«L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, e questo è un principio fondamentale per tutti noi: dovrebbe essere un punto fermo per la nostra politica. Molto spesso accade invece che non si presta molta attenzione ed è sbagliato perché ogni giorno la cronaca ci racconta di gravissimi incidenti e disgrazie sul lavoro».

Nel film “Fratelli unici” si parlava di famiglia. Per lei cosa rappresenta la famiglia? La sua l’ha sostenuta o ostacolata all’inizio della sua carriera?

«Rappresenta tutto, il punto di partenza e il mio rifugio. I miei genitori ai miei inizi erano molto preoccupati, ma poi si sono tranquillizzati. Ora sono i miei primi spettatori».

Chi è Luca Argentero oggi?

«Un quarantenne felice».

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