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PAOLO GIORDANO

«Osservo il mondo di cui faccio parte e descrivo la frustrazione dei giovani»

L’autore del celebre “La solitudine dei numeri primi”, Premio Strega 2008, torna con una nuova storia di formazione

di GAIA MATTEINI

17/05/2018 - 11:00

«Osservo il mondo di cui faccio parte e descrivo la frustrazione dei giovani»

RAVENNA. Scrittura festival è la kermesse dedicata alla letteratura che quest’anno si svolge dal 13 al 27 maggio e accoglie al proprio interno le novità del panorama letterario: tanti autori, diverse anime e numerosi gli incontri previsti a Ravenna, Lugo e – per la prima volta – Bagnacavallo e Fusignano.

Attesissimo questa sera alle 21 in piazza Unità d’Italia a Ravenna (in caso di maltempo alla sala D’Attorre) lo scrittore e fisico Paolo Giordano, torinese classe ’82 che, dieci anni dopo il successo internazionale de La solitudine dei numeri primi, tradotto in venti lingue e stampato in un milione e mezzo di copie, e dopo aver dato alle stampe Il corpo umano nel 2012 e Il nero e l’argento nel 2014, pubblica ora il suo quarto romanzo, l’opera della maturità, tornando sul “luogo del delitto”.

“Divorare il cielo” (Einaudi, 2018) è una storia d'amore, amicizia, slanci idealistici, un percorso di formazione in cui torna a parlare di tematiche presenti nel libro che l’ha portata al successo. Quale è stata l’esegesi?

«Come spesso accade quando si scrive – risponde Paolo Giordano –, sono partito da una immagine (la scena del bagno notturno in cui compaiono i personaggi principali), una fotografia che contiene tutti gli elementi che si ritrovano all’interno del testo e che è sorta alla mia mente in modo misterioso, quasi frutto dell’inconscio. Dal 2014, quando ho cominciato a scriverlo, quella visione, nata da una spinta vitale e genuina, è sedimentata progressivamente, evolvendosi in tutto ciò che è poi diventato lo sviluppo del testo, di cui essa costituisce quasi un presagio».

Il libro si regge su una dicotomia insolubile: protagonisti che vivono in mondi che pretendono essere incontaminati e utopistici, ma che poi paiono fare spesso scelte di segno opposto. L’idea della purezza permea il nostro contemporaneo: siamo bersagliati da riferimenti al cibo biologico, dalle pericolose derive di utopia assunte dal terrorismo, e questa purezza si scontra inevitabilmente con declinazioni di spirito contrario. È proprio tale inevitabile commistione che anima l’essere umano e la sua esistenza?

«Crediamo di vivere in una epoca post, ma in realtà cerchiamo costantemente idee assolute, che decliniamo in modalità differenti, piccole e concrete, ma altresì drammatiche, pericolose e dilanianti. Il mio è un libro fortemente anti ideologico, che attraversa questa commistione inevitabile e i miei personaggi ne sono la prova, in quanto vivono gesti edificanti ma anche profondamente violenti».

“Divorare il cielo” parla di purezza e altresì di sacralità. Dove risiede per lei il sacro, dimensione che in passato era custodita in chiesa, o nelle ideologie politiche, e che ora ricerchiamo anche nei piccoli gesti quotidiani, dallo yoga in giù?

«Il sacro fa parte di una mia dimensione estremamente intima e personale: nonostante mi scontri costantemente con una conclusione irrisolvibile, resto teso alla ricerca del sacro, con cui il dialogo resta per me aperto, un colloquio con me stesso ma anche con la fede intesa come legame con il nostro sostrato cattolico, che inevitabilmente ci permea».

Il suo libro è incentrato su quattro figure cardine, protagonisti delineati in tutte le loro sfaccettature e attori di questa storia che attraversa vent’anni e quattro vite. Ma c’è anche un luogo – la Puglia – che pare assumere in sé la corposità di un personaggio a parte, dotato di un’anima definita. Cosa rappresenta per lei quella terra?

«È stato un luogo che ho scoperto a vent’anni: mi sono ammalato di “mal di Puglia”, ammirando in modo quasi violento i contrasti e le bellezze di quella terra, e quel territorio è divenuto per me un luogo altro, il luogo dell’anima, di cui ho amato subito il legame viscerale con cui i suoi abitanti lo vivono. Da quel momento la Puglia è entrata nella mia vita, diventando un luogo affettivo».

Nel suo primo libro – che l’ha portata anche a conquistare il Premio Strega nel 2008 – parlava di giovani, del loro essere centrali ma al contempo monadi solitarie e spesso escluse. In quest’ultimo testo offre un ritratto delle generazioni di giovani e “quasi giovani” a cavallo dei due secoli, il suo e quello a lei vicino. “Divorare il cielo” riflette profondamente sul rapporto tra le generazioni e su quale tipo di idea etica, politica, e così via, dovrebbe animarlo e guidarne la necessità di scegliere una strada. Un messaggio di realismo o di speranza, il suo?

«Non mi piace parlare di messaggio perché ritengo che esso vada piuttosto scoperto quasi accidentalmente dal lettore. Il mio libro è una fenomenologia, frutto della mia osservazione di un mondo di cui inevitabilmente faccio parte, e altresì manifestazione della frustrazione di tanti giovani e del loro sentirsi costantemente a metà tra due epoche, tesi alla ricerca di sé e della propria strada».

Il libro si sviluppa coraggiosamente lungo 430 pagine, lunghezza perfettamente bilanciata dalla lucidità e dalla asciuttezza espressiva, finalizzata a raccontare senza il filtro difensivo della lingua, che risulta spogliata al massimo e ridotta all’essenziale. A chi si rivolge il suo scritto?

«Non esiste un lettore ideale, deputato alla lettura. La mia resta innanzitutto una storia, che non deve coinvolgere solo sul piano delle idee – e di un presunto messaggio sotteso – bensì sul piano della forza della narrazione che lo sostiene. In Divorare il cielo parlano i personaggi, il loro sentire e le azioni che essi compiono, pagina dopo pagina: è un libro che si regge innanzitutto su una storia, senza alcuna esigenza di dover per forza tematizzarne il contenuto. Ed è proprio questa idea alla base del mio libro, che ne consente una lettura – mi auguro – da parte di un fruitore il più possibile “trasversale”, che abbia voglia di leggere una storia ed esserne coinvolto».

A chi assomiglia maggiormente tra i quattro personaggi principali del libro?

«Credo di aver in me caratteristiche proprie di tutti. Assomiglio certamente al protagonista, Bern, perché come lui sono stato spesso “bulimico di idee” e di chiavi di lettura dell’esistenza; ma ho anche un legame con la narratrice, Teresa, che come me sente la necessità di agganciarsi alla realtà innanzitutto grazie al sentire, al sentimento, che spesso conduce inevitabilmente a un altrove. Credo di aver donato a tutti i personaggi una parte di me, rendendola più estrema nella costruzione del loro essere».

Progetti per il prossimo futuro?

«Mi sento ancora prosciugato da questo lavoro: per il momento ho deciso di accompagnare il libro nel suo lungo viaggio, attraverso presentazioni e incontri che mi permetteranno di vivere il contatto con i lettori e la gente. Tornerò a scrivere, ma per il momento... vivo».

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