EVGENIJ SOLONOVICH

«Non sono mai stato fedele, ho tradito Dante con Petrarca e Petrarca con Ariosto»

Ospite a Misano della Fondazione San Pellegrino, lo ha intervistato per noi la poetessa e traduttrice Rosita Copioli

di ROSITA COPIOLI

12/05/2018 - 17:00

«Non sono mai stato fedele, ho tradito Dante con Petrarca e Petrarca con Ariosto»

Solonovich (a destra) con Stefano Arduini del San Pellegrino

Tradurre, dal latino traducere – trasportare, trasferire – è un atto autorale. Il più umile e, forse, il più difficile. Tutti i grandi poeti sono anche grandi traduttori, basti pensare al Montale che ci ha regalato Eliot, Yeats, Shakespeare... Evgenij Solonovich è il maggior traduttore della poesia italiana in russo: Dante, Petrarca, Ariosto, Luzi, Spaziani, lo stesso Montale, ma anche i poeti romagnoli. In questi giorni si trova a Misano, ospite della Fondazione San Pellegrino. Lo ha intervistato per noi la poetessa e traduttrice Rosita Copioli. Ecco il dialogo che ne è scaturito.

MISANO. Caro Evgenij Solonovich, vorrei iniziare da lei stesso, perché non sarebbe diventato il più autorevole messaggero della poesia italiana dal Duecento a oggi se non fosse poeta. Può raccontarci la lontana scelta che l’ha portata da Sinferopoli, la città di Crimea dove è nato, la Neapolis degli Sciti, fino a Mosca: vi avrà influito l’esperienza di cultura vasta e profondissima, per la quale la poesia è ancora un fondamento, a differenza dell’Occidente, come lei sa bene.

«La mia scelta mi portò a Mosca, partendo non da Sinferopoli, ma da Eupatoria. A Sinferopoli sono nato, poi all’età di un anno mio padre, medico militare, fu trasferito a Eupatoria, che è stata la città della mia infanzia e gioventù con la parentesi della guerra. Per continuare gli studi della scuola media superiore andai a Mosca per entrare nell’Università. Non sapevo dell’esistenza della lingua italiana all’Istituto universitario di lingue straniere, pensavo infatti di studiare lo spagnolo ma, arrivato a Mosca, tradii lo spagnolo con l’italiano».

Perché proprio l’italiano?

«Non per la letteratura, che ancora non conoscevo, bensì per l’amore del canto italiano, perché la radio russa trasmetteva spesso i frammenti delle opere liriche e le canzoni napoletane, molto popolari in Russia. Così fu la musica che influì sulla mia scelta».

Ogni poeta deve tradurre: è un esercizio che insegna moltissimo, anche perché con la lingua si traduce un mondo, e poi tutto nella vita e nella lingua è sempre traduzione. Come lei stesso ha sperimentato, si deve tornare a tradurre gli stessi testi a distanza di anni, perché la comprensione si affina, in un processo incessante, come la vita. La mia curiosità riguarda, nel suo percorso che va da Dante ad Ariosto, Belli, Montale, Caproni, fino ai poeti più recenti, la sua linea individuale. Personalmente ho curato un numero della mia rivista «L’altro versante» dedicato al “Tradurre poesia” esponendo teorie ed esempi che sono stati classici per la nostra cultura. L’incontro tra poeti è sempre fatale. Il tradurre è fatale, segna un destino. Così per me sono stati i classici, ma nel moderno è stato Yeats. Anche se altri sono entrati nel cammino. Ecco, mi piacerebbe che lei ci regalasse un racconto di come sono nate e ha potuto difendere le sue predilezioni.

«Cominciai a tradurre ancora da studente, ma non è rimasta traccia di queste traduzioni iniziali. Appena laureato fui contattato dal curatore delle poesie di Carducci tramite la mia docente universitaria di letteratura italiana. In quei tempi era molto diffusa in Russia la traduzione poetica tramite la traduzione interlineare, anche il curatore dell’opera di Carducci non conosceva bene l’italiano. E io fui invitato a fare traduzioni interlineari sia per lui che per altri traduttori. Il curatore del libro incluse anche le mie traduzioni di Carducci. Sono le traduzioni che io preferirei dimenticare, perché mi compromettono. Il nome di Carducci mi fa rabbrividire».

Sabato scorso a Rimini si è presentata l’opera di Tonino Guerra, curata da Luca Cesari per Bompiani. Dopo il 1975 e il matrimonio con Lora Kreindlina, Guerra si rigenerò in un Oriente fisico e mentale nell’incontro con la Russia, dove ritrovava lo stupore perduto dall’Occidente, la sopravvivenza della civiltà contadina, l’ammirazione per la poesia, il fascino di storie romanzesche senza fine. Ogni poeta italiano, scherzavo con Lora, dovrebbe sposare un russo per riconfortarsi sul suo ruolo, sentirsi compreso; per quanto anche la Russia odierna viaggi verso il materialismo dei consumi... Sono stati molto fecondi anche i movimenti all’incontrario. Di recente, ogni tanto qualche goccia di sangue russo ha continuato a rianimare la nostra immaginazione. Penso, più che al mediatico Evtuschenko, all’innesto di Brodskij. Fra l’altro, mi colpì di Brodskij il modo di leggere. Era il tono del bardo antico, lo stesso andamento musicale nella voce di William Butler Yeats che possiamo ascoltare nelle registrazioni Bbc del 1937. Mentre Brodskij leggeva in America, negli anni Novanta.

«Frequentando la biblioteca delle letterature straniere e frugando tra libri, riviste e giornali italiani, un giorno trovai una poesia di Antonio Guerra, il futuro Tonino Guerra. Tradussi questa poesia che fu poi inclusa in una piccola antologia di poesia italiana pubblicata a Mosca alla vigilia della visita a Mosca di un gruppo di poeti italiani. Nel 1957 un gruppo di poeti russi fu inviato a Roma per partecipare a un convegno italo-sovietico sulla poesia. L’anno successivo vennero a Mosca cinque poeti, tra i quali anche il futuro Premio Nobel Salvatore Quasimodo che fu colpito subito da infarto e ricoverato in ospedale. Del gruppo dei poeti italiani facevano parte anche Sergio Solmi, il siciliano Ignazio Buttitta, che io già cominciavo a tradurre, Domenico Cadoresi e Velso Mucci. Mentre Quasimodo era ricoverato nell’ospedale Botkin di Mosca, lo andavo a trovare quasi ogni giorno, sfruttando l’occasione per chiedere spiegazione di alcuni luoghi oscuri della sua poesia. I suoi commenti mi aiutarono molto a capire non solo le sue poesie, ma anche le poesie degli autori più difficili come Montale e Ungaretti. Considero molto importante per la mia carriera di traduttore la partecipazione all’antologia dei poeti dalmati del Rinascimento. Il curatore di questa antologia, l’italianista Ilia Golenischev-Kutuzov, che anni dopo preparava per l’anniversario di Dante del 1965 l’edizione di opera omnia di Dante in russo, mi invitò a dividere con lui le traduzioni delle Rime dantesche non tradotte prima in russo (la Divina Commedia era già stata tradotta).Dante fu seguito da Petrarca con una scelta del Canzoniere. Sono ancora le traduzioni più ristampate. Da giovane, appena laureato, accompagnavo ogni tanto le delegazioni italiane in visita in Urss come interprete. Grazie a questo conobbi un giorno il linotipista del Corriere della Sera al quale raccontai del mio lavoro di traduttore di poesia italiana. Tornato in Italia lui parlò di me a Montale, allora redattore del Corriere, e mi mandò La bufera con la sua dedica. Eugenio Montale diventò il mio poeta preferito del Novecento, tradussi anche Ungaretti, comprese le poesie senili per Bruna che non sono ancora state pubblicate e appariranno sul numero speciale della rivista russa Letteratura straniera dedicato alla letteratura italiana».

Chi sono i suoi preferiti?

«Come amante della poesia italiana non sono mai stato fedele a un autore: così tradivo Dante con Petrarca, Petrarca con Ariosto e così via. Man mano che traducevo i sonetti romaneschi di Belli, li pubblicavo su varie riviste russe e raccolsi le traduzioni nel volume pubblicato nel 2012, esaurito presto, fu seguito nel 2015 da una nuova edizione accresciuta. In Belli, poeta dello stato papalino, uno stato autoritario, ci sono tanti riferimenti simili alla vita politica e culturale sovietica e post sovietica».

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