LA MOSTRA DI STEFANO CAMPANA

Segno e memoria per ricordare da dove siamo partiti

Venti elegantissime puntesecche, la rarefazione atmosferica è il loro punto di forza

di ALESSANDRO GIOVANARDI

05/05/2018 - 10:00

Segno e memoria per ricordare da dove siamo partiti

RIMINI. “A Dio immortale e alla città”: la dedica in greco che Sigismondo Pandolfo Malatesta ha fatto incidere sui fianchi gemelli del Tempio, edificato “per voto” come vuole l’iscrizione latina del fronte, è il segno di un pensiero antico, di una “memoria immemorabile”, se si permette l’antinomia. Il luogo sacro, dove si attende che l’invisibile – fascinoso e tremendo – prenda dimora è il centro di ogni prospettiva urbanistica, di ogni idea architettonica del paesaggio in cui natura e cultura non si trovano contrapposte, ma intessute. Il divino si svela nel logos, il termine greco ed evangelico in cui parola, misura, razionalità e intelletto si annodano, ritrovando il loro senso antico.

Imparare dalla città

Leon Battista Alberti, edificava il Tempio «illustre e sacro», imparando dalla città: dalla sua storia, dai suoi monumenti, dalle sue memorie. Non per caso, Imparare dalla città s’intitolava il più articolato saggio che Stefano Campana, architetto, artista e critico, aveva regalato a Rimini e al suo entroterra, lasciando a quest’ultima parola il senso poetico e filosofico infusole da Yves Bonnefoy. Una lezione ammirabile e inattuale sui modelli colti e vernacoli del costruire, del dimorare, del vivere: il testamento di un intellettuale che vent’anni fa, poco più che quarantenne, aveva perso la sua coraggiosa battaglia contro il cancro.

Segno e memoria

A rammemorare, uno a uno, gli anni che ci separano da quel caldissimo 1998 si espongono ora (per il Circuito open della Biennale del disegno) venti elegantissime puntesecche che fanno della rarefazione atmosferica il loro punto di forza, il fulcro di un’aggregazione magnetica.

Nel loro silenzio ci rammentano i Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese (1947), ci fanno rivivere Al tempo degli dèi, come già tentarono Roloff Beny e John Lindsay Opie (1962).

Da dove siamo partiti

Le sintetiche incisioni di Campana ricordano da dove siamo partiti per conoscere la storia dell’arte; cioè le piante dei templi greci che dal manuale delle medie conoscevamo attraverso i loro nomi complessi e, al tempo, esotici, “in antis”, “in doppio antis”, “prostilo”, “anfiprostilo”, “tholos” ecc. Al tempo indovinavamo appena la funzione di quei luoghi, la dimora de Celesti e delle loro icone, al tempo in cui, come scrive Hölderlin, andavano un tempo gli Immortali tra gli uomini. Afflitti dalle tediose elencazioni stilistiche e formali dei docenti, perdevamo il senso dell’epifania, del linguaggio umano in cui si mesceva il numinoso.

Un lirismo traboccante

Il Tempio, in Campana, torna a essere un luogo di razionalità terrestre e celeste, un modello che si sospende sui profili della natura come l’altra parte della manifestazione cosmica, necessaria alla città come al paesaggio, parte della pietas umana, delle sue facoltà contemplative, del suo non rinchiudersi nell’orizzonte terreno, ma proprio per questo fedele custode della terra, del costruire, dello splendore visivo. Eppure in queste rarefazioni tra sensibile e intellettuale, il lirismo è traboccante, la pittura ovunque presente: file di delicati cipressi tremolano come fiamme odorose, i pini a ombrello incorniciano una marina che sembra quella romanticamente evocata dal Centino nella pala coi due Antonio – il santo abate e quello padovano – a Saludecio. La misura del tempio taglia il territorio, lo consacra, lo attribuisce al culto di un numen, lo trasforma in sacratum (sagrato): il divino sarà allora presente nel santuario, nelle sue immagini artistiche e nei suoi simboli, e così nei boschi e giardini a lui dedicati, tutt’uno con natura e architettura, punto limite esterno o cuore della città.

Conservare la bellezza

Altrove alberi e verzieri sostituiscono il tempio stesso, si stagliano nel vuoto e si ritagliano nell’insieme della selva come cerchi ordinati, sentieri ombrosi distesi in un luminoso biancore, tracce di un cammino misterioso, segni umani che completano l’opera della natura profonda e divina, la quale, dice Eraclito, ama nascondersi. Forse rappresentano il messaggio architettonico più sottile e profondo di Stefano, il significato ultimo di una vita spesa a onorare la storia e la tradizione del costruire, la conservazione della bellezza, la trasmissione di quelli che Cristina Campo chiamava i quattro pilastri della felicità e della saggezza: il paesaggio e il linguaggio, il mito e il rito.

“Segno e memoria. 20 puntesecche di Stefano Campana”, 5 maggio-15 luglio, Vagnini restauro, antichità e cornici, via Coletti, 1/B

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