GIANNI IASIMONE

Un poeta contadino alla ricerca dell’essenza delle piccole-grandi cose

“La quintessenza” è l’intenso canzoniere dedicato alla madre scomparsa. Lo presenta oggi alla Riminese

di GAIA MATTEINI

20/04/2018 - 18:37

Un poeta contadino alla ricerca dell’essenza delle piccole-grandi cose

Poeta, performer, attore, regista, fotografo, autore di video e testi teatrali, studioso di tradizioni popolari: sono tante le declinazioni scelte da Gianni Iasimone, classe 1958, per dare forma alla propria espressività, una esigenza di comunicatività ben rappresentata anche dal testo La quintessenza (Arcipelago Itaca, 2018), che verrà presentato oggi alle 18.30, con la presenza di Salvatore Ritrovato e Danilo Mandolini alla Libreria Riminese.

Da dove nasce in lei l’esigenza di espressività, declinata in così tante modalità differenti e complementari?

«Innanzitutto dal mio percorso di studi: ho frequentato il Dams nei “mitici” anni Ottanta, ed era naturale avere un approccio multimediale all’arte, e in più avevo alle spalle studi di tipo etno-antropologici e linguistici. Ci sono però altre ragioni: figlio di contadini, ho fatto io stesso quel mestiere, ma anche il pastore, il raccoglitore, il muratore, il venditore di enciclopedie, sono stato falegname e sarto, mugnaio e giardiniere, agricoltore e fabbro, e altri lavori più o meno dimenticati ma in grado di insegnarmi a indossare “vestiti diversi”. Di tutte le forme che la mia espressività ha adottato, quella che mi rappresenta maggiormente è però la scrittura, con una passione particolare per la fragile, incomparabile potenza della poesia, che si riverbera anche nel teatro e nell’amore per l’immagine, attraverso fotografia e cinema».

“La quintessenza” è l’intenso canzoniere di settanta componimenti dedicato a sua madre scomparsa e incentrato sulla manque, tema che trova ampia attestazione nella tradizione poetica. Da dove nasce l’esegesi di un testo così ricco di suggestioni?

«Il tema affrontato mi accomuna a innumerevoli autori del passato, ma da subito di queste reminiscenze ho cercato di fare tabula rasa, non solo per l’inutile, indegno confronto, anche per il modo in cui questi appunti prendevano forma sulla carta, diventando negli anni un memoir, rielaborazione sulla mia e altrui memoria. La morte improvvisa di mia madre è stata poi occasione e “pretesto” per elaborare il lutto, il dolore e altresì l’amore, elementi che se non condivisi, come invece si faceva un tempo, diventano “tensione” insopportabile, con cui bisogna abituarsi a convivere, trovando la forza proprio in quell’assenza. E la scrittura è stata per me aiuto al vivere».

Quali sono i rimandi che restano sottesi al titolo?

«Oltre ai quattro classici, la quinta essenza allude soprattutto a quell’elemento immateriale, comune e diverso da tutti gli altri, che non si manifesta se non “sotto mentite spoglie”, non facilmente intellegibile, insensibile a qualsiasi strumento conoscitivo superficiale perché sommerso nelle nostre anime, finché non riscopriamo quelle poche cose “essenziali”, che sono già nostre e che ho riportato alla luce, accogliendo il mio vissuto e la mia conoscenza, le esperienze, le relazioni, lavorando per sottrazione e tornando senza retorica, simbolismi, e orpelli, sul luogo della storia interrotta, alla realtà di un tempo per interrogare più che mia madre, me stesso, i limiti, le nevrosi, la sofferenza, la malinconia, la lingua. Un tuffo di realismo non magico, ma reale, in un afflato lontano da patetismi, alla ricerca della essenza delle piccole grandi cose».

Ricco di suggestioni il suo riflettere sulle origini, sulla cultura contadina cui apparteneva sua madre. Quale può essere, per il presente, il valore del passato?

«Nel giro di pochi anni abbiamo perso memoria di ciò che siamo stati. Mia madre era una eccellente narratrice orale, che inevitabilmente mi ha condizionato. Questo libro è la volontà di raccontare il vuoto lasciato dalla sua parola, dalla sua lingua, ed è anche un riconoscimento alla sua arte e alla sua persona che, come succede spesso alle persone umili, non hanno voce, nome, storia, testimonianza. E al contempo è riconoscimento dei piccoli paesi dell’entroterra dove restano da riscoprire ancora tanta umanità e bellezza».

Parafrasando Pasolini, tutti siamo una forza del passato, e più non sappiamo.

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