EMANUELA GIORDANO

“Dieci storie proprio così”

Questa sera al Bonci di Cesena teatro civile con l’imolese Valentina Minzoni

di CLAUDIA ROCCHI

17/04/2018 - 13:56

“Dieci storie proprio così”

CESENA. Va in scena al Bonci alle 21 “Dieci storie proprio così”, terzo atto di un progetto che fa parlare cittadini ribellatisi coraggiosamente a violenze di stampo mafioso.

Il progetto – sostenuto da teatri nazionali fra cui Ert e dalla onlus Co2 Crisis Opportunity – apporta nuova linfa al teatro civile. L’opera corale vede sul palco cinque attori (fra cui la romagnola Valentina Minzoni, di Castel Bolognese) e due musicisti rock, insieme per dare voce a storie vissute da italiani che hanno scelto la cosa giusta.

Autrici dell’idea sono Giulia Minoli (figlia di Gianni Minoli), cofondatrice e vice presidente di C02 onlus, ed Emanuela Giordano, regista di navigata esperienza. “Dieci storie” procede a richiesta di cittadini e spettatori che ne sollecitano l’importanza. Allo spettacolo segue un dibattito col pubblico; stasera interviene Sara Paci; domattina, dopo la replica delle 10 per le scuole, è ospite Barbara Bastianelli, entrambe dell’Osservatorio antimafia della Provincia di Rimini.

Giordano, lei ha più volte firmato spettacoli corali di carattere sociale e civile; qual è la peculiarità di queste dieci storie?

«Credo sia in una evoluzione del teatro civile, in stretto rapporto con le persone protagoniste, con i luoghi e gli accadimenti, con la gente che li abita. Ricordo che in molte occasioni i protagonisti di queste vicende drammaticamente vere sono venuti a trovarci, alcuni sotto scorta. E ogni volta ribadiscono non soltanto l’adesione, ma la necessità di portare il progetto per l’Italia».

Si può aggiungere che è una forma di teatro civile che non dimentica il teatro?

«È fondamentale che il teatro civile sia teatro, non reading camuffati che sfruttano il dolore. Va compenetrato nel tessuto sociale, non deve raccontarsela tra persone che la pensano alla stessa maniera».

Come avviene il procedimento di costruzione di questa opera?

«Andiamo a conoscere le persone di cui vogliamo raccontare, le intervistiamo; cerchiamo di creare una narrazione sia del nostro presente, sia di ciò che ha provocato la situazione attuale. E, importante, stiamo nelle scuole, lavoriamo con gli insegnanti, con le associazioni, creiamo insomma quella “rete” di cui tanto si parla. Sempre insieme ai nostri attori che sono parte integrante del progetto».

Come li scegliete?

«Con provini selettivi, ci orientiamo esclusivamente su quelli adatti a rapportarsi con realtà difficili di quartiere, di carceri, di scuole…. Abbiamo creato due compagnie che si alternano e si scambiano quando alcuni vengono ad esempio chiamati per progetti televisivi. Sono un gruppo coeso che va al di là del ruolo, c’è un’adesione al progetto, devono essere “attori cittadini”, non semplici scritturati».

Avete un tema fil rouge di questo terzo capitolo di Dieci storie?

«Sì, e lo abbiamo individuato nella “scelta”, non casi eroici ma la capacità di scegliere di non subire. Perché spesso non si sceglie, ma ci si assolve. Non ci interessa emozionare ma andare a cercare le pieghe di un tessuto complesso. C’è quindi una corrispondenza molto forte fra teatro e società civile. Si va a teatro perché qualcuno è venuto a raccontarti quello che c’è dietro».

Come scrivete le storie?

«Ci sono dialoghi ricostruiti, e quindi totalmente teatrali, ma basati su eventi e documenti. C’è a esempio un dialogo tra il prestanome e il giudice, tra il fiscalista colluso in Emilia, l’industriale asservito alla ’ndrangheta che non ha il coraggio di denunciare, raccontiamo cos’è il riciclaggio attraverso un gioco di carte, tra un diavolo tentatore e un’imprenditrice emiliana…».

Vediamo chi sono i protagonisti delle storie di stasera.

«Parliamo di Giovanni Tizian, giornalista calabrese emigrato in Emilia-Romagna dopo l’omicidio del padre, un funzionario di banca che non si era piegato alla ’ndrangheta. Tizian che scrive inchieste su infiltrazioni mafiose nel territorio, vive sotto scorta. Raccontiamo della giovane calabrese Nicoletta Polifroni che si è laureata in Giurisprudenza a Bologna. Suo padre fu ucciso dalla ’ndrangheta perché non pagava il pizzo. Fra le associazioni ricordiamo la reggiana Cortocircuito antimafia formata da studenti universitari. Di Bologna è La fattoria di Masaniello Ristorante Pizzeria Etica, nel quartiere Pilastro, che coinvolge lavoratori svantaggiati. Utilizza prodotti di cooperative attive in terreni confiscati alle mafie».

Qual è la nota vincente?

«Creiamo ascolto sul palco e in sala e adesione, a teatro e fuori. Adempiamo a ciò che la politica ha fallito. Tre ministri del Governo ci hanno detto: in 70 minuti riuscite a dire più di quanto noi riusciamo a dire in un convegno! È una bella riconoscibilità e segno di autocoscienza».

Info: 0547 355959 – Euro: da 4 a 15

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