ALEX MAJOLI

«La neutralità assoluta? Non esiste, chi lo afferma è un grande bugiardo»

Al Mar di Ravenna la mostra dedicata al ravennate, membro e già presidente della celeberrima Agenzia Magnum

di ALESSANDRO FOGLI

14/04/2018 - 11:00

«La neutralità assoluta? Non esiste, chi lo afferma è un grande bugiardo»

Foto Massimo Fiorentini

RAVENNA. Sarà inaugurata sabato 14 aprile (ore 18) al Museo d’arte della città di Ravenna (per restare poi visitabile fino al 17 giugno 2018) Andante. Alex Majoli, esposizione curata dallo stesso Majoli, ravennate, membro e già presidente della celeberrima agenzia Magnum Photos (quella di Robert Capa, per intenderci). La mostra del Mar – realizzata in collaborazione l’assessorato alla Cultura del Comune di Ravenna – consta di oltre 250 scatti che indagano la condizione umana e gli elementi più oscuri della società, argomenti da sempre al centro delle ricerche di Majoli, che in questa occasione riscrive una nuova sceneggiatura con un percorso temporale dal 1985 fino al 2018.

Majoli, perché questo titolo, “Andante”, che rimanda immediatamente all’ambito musicale?

«Cercavo un titolo corto, secco, e di tutti i nomi che mi ero segnato Andante era quello più adatto per questo progetto, realizzato ad hoc per il Mar di Ravenna, quindi per una serie di stanze una dietro l’altra. Andante si rifà dunque all’idea di musica proprio per dare alla successione delle foto un ritmo musicale, volevo dare un suono a ogni stanza. Le immagini esposte parlano tra di loro, c’è un ritmo, un gioco di rimandi tra una e l’altra. Mi piacerebbe che i visitatori entrassero nelle varie stanze e sentissero qualcosa, senza per forza trovare dei significati».

«Poi – continua Majoli – mi sono anche chiesto cosa volevo far vedere qua, nella città da cui io ho cercato di scappare il più possibile, quindi appunto “andare”. Io sono stato “andante” tutta la vita; ma andante vuol dire anche fare una cosa male pur di farla, che spesso è il mio modo di lavorare, molto rapidamente. Infine andante è anche il genere di tutte le persone che ho fotografato in questi anni; sono vite andanti, anche fatte male».

Tuttavia non si tratta di una retrospettiva.

«Assolutamente no, è stato un lavoro enorme di ricerca nel mio archivio, ma non volevo utilizzare le immagini più famose, quelle che mi hanno portato a essere un fotografo riconosciuto, tanto che il 60, 70 per cento delle immagini esposte è inedito. Prendere le misure delle stanze del Mar per sistemare tutte le immagini è stato come un lavoro di sartoria, ma alla mia agenzia, la Magnum, l’idea è piaciuta molto e vorrebbero far girare la mostra. Trovare i luoghi adatti non sarà facile, stiamo parlando di 250 foto. In questa mostra io mi sento molto più curatore che fotografo, perché intendo le foto come immagini, e spero che i visitatori lo percepiranno, lasciandosi andare e guardando le immagini, non le fotografie. Io suggerisco, in ogni stanza dell’esposizione, di guardare prima le immagini e poi leggere le didascalie».

Roland Barthes diceva che la cosa più importante in fotografia è quando si arriva a «coincidere con le intenzioni del fotografo». Per portare lo “spectator” a questa coincidenza occorre solo talento o c’è una modalità operativa?

«C’è una modalità. Il talento probabilmente ce l’hanno in tanti e ci vuole anche quello, però il talento senza la motivazione non serve assolutamente a nulla. Devi avere il motivo per fotografare e poi devi davvero darci dentro, creare nella tua vita l’ambiente necessario a riconoscere le cose che ti interessano. Dietro una fotografia c’è la tua vita, l’impostazione che le hai dato. Se io incontro certe persone invece che altre è anche per via di un lavoro d’impostazione. Trovarsi in un certo luogo in un certo momento è un lavoro. Nel passato ho fatto molto fotogiornalismo, per arrivare nel luogo giusto, in prima linea, al momento giusto occorre impegnarsi allo stremo. Arrivare in prima linea è molto, molto difficile. Non è che studi fotografia e sei a posto, occorre allenamento, non talento».

Quanto è difficile per un fotogiornalista mantenere la neutralità?

«È impossibile. Chi dice il contrario mente, un fotografo che dice di essere il portatore della verità e di essere stato assolutamente neutrale è un bugiardo. E comunque occorre partire dal fatto che tutte le fotografie sono grandi menzogne. Punto. Poi, certo, è chiaro che sono anche verità dal punto di vista soggettivo, è vero che in quel dato momento quello che hai fotografato è reale, ma magari cinque minuti dopo il soggetto che hai ritratto è completamente cambiato, tu non sai cosa succede veramente. Faccio un esempio con una mia foto, in cui si vede un soldato americano morto, coperto da una bandiera a stelle e strisce. Tutto quello che recita la didascalia è vero, ossia che è un fante del tal reggimento morto il tal giorno a dieci chilometri da Baghdad. Questo è oggettivo e l’ho fotografato. Ma soggettiva è la percezione: per noi europei è un poveretto che è andato a farsi sparare per una guerra assurda, per un americano è un eroe morto per la libertà. Sono due verità soggettive, non c’è giusto o sbagliato».

L’ultima sezione della mostra, dal titolo “Scenes” e curata in collaborazione con il museo Le Bal di Parigi, è frutto di un’idea che nasce agli albori della sua carriera.

«Decisamente. A 15 anni, scattando le prime foto ai miei amici, notai che quando li illuminavo con i faretti il loro atteggiamento cambiava, si calavano in qualcosa in cui credevano. E così creai la serie “Maschere in nero” e fine lì. Poi, col tempo, dopo aver fotografato in diversi paesi del mondo ogni genere di situazione, ho cominciato a rendermi conto che il filo che lega insieme immagini e situazioni così diverse era la sensazione di assistere a un’esperienza teatrale, di essere tutti attori su un grande palcoscenico. E allora mi son chiesto: ma cosa succede se illumino la società come se fosse un set teatrale, mentre fa quello che sta facendo? Vediamo se il discorso dei “Sei personaggi in cerca d’autore” funziona. Da quel momento ha inizio una sorta di performance, comincio a scattare lasciando liberi i soggetti – illuminati da luci molto potenti – di mettere in scena l’immagine che loro hanno di se stessi. La gente rimane lì, fa finta di niente ma recita se stessa. La luce confonde le idee allo spettatore ma a me serviva per fare la performance, e infatti guardando le foto il dubbio affiora sempre: ma è vero o non è vero quello che vedo? Un esperimento andato a buon fine».

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