POESIA

“Una stagione d’aria” per Isabella Leardini. La leggerezza vola con le ali della maturità

L’amore, la crescita, la poesia: il libro della riccionese presentato venerdì 30 al museo di Rimini

di ROSITA COPIOLI

29/03/2018 - 20:00

“Una stagione d’aria” per Isabella Leardini. La leggerezza vola con le ali della maturità

RIMINI. Tredici anni fa Isabella Leardini scrisse un bel canzoniere dell’amore non corrisposto, La coinquilina scalza, che Milo De Angelis salutò come un eccellente debutto. Egli indicò nell’alternanza di giorno e notte il motivo essenziale di una doppia anima. Da un lato una visione cordiale, curiosa, aperta, dall’altro una tensione oscura, austera, insonne e ossessiva, serrata in una infanzia ostinata. Le due parti dell’anima ingaggiavano una lotta frontale, sospese in un perenne precipizio. Tutto il libro, scriveva de Angelis, era percorso da un vento che determinava l’ariosità di versi «inquieti e luminosi»: un movimento, una scossa, un’energia, un desiderio, la ricerca di un punto di riferimento che sembra non avere luogo, ma sussiste nella poesia stessa.

L’amore in bilico

Non era prevedibile che in Una stagione d’aria (ed. Donzelli, pag. 88, 13 euro) quel tema così antico si rovesciasse trionfalmente. Come l’intruso nell’ostrica il lavoro assiduo della mente – con quell’unico punto di riferimento – ha trasformato storia privata e poesia. L’amore è stato corrisposto. Il canzoniere potrebbe essere d’amore vittorioso, ma un’arte consumata del rovesciamento e dell’opposizione, del contrasto e della mancanza tiene in bilico malinconia e stallo, la minaccia di una tragedia sommessa. Questa dimensione di chi non sa stare “con”, e non sa stare “senza”, di chi sceglie insieme possibile e impossibile, assomiglia alla natura del poeta, nel contempo estraneo e a casa propria dovunque.

L’alternanza con i suoi rovesci, forma la musica prevalente di Una stagione d’aria che sarà presentato domani 30 marzo alle 17.30 al Museo della Città di Rimini nell’ambito della rassegna Frontespizio. Gli endecasillabi si lanciano talora con impeto giambico, per frenarsi, come in retromarcia, oppure innestano gli accenti nei finali. Così in questi versi che sono anche dichiarazioni di poetica: «Non sono una che molla all’improvviso / che scompare con un colpo della porta ... Il cuore più violento è proprio il nostro / che sa restare in bilico e non frana». Il carattere e la storia della protagonista restano fedeli al ritmo delle metafore del sistema binario che procede per antitesi attraverso «la vertigine veloce di stagioni». L’attività della riviera lo asseconda con la sistole e diastole di pieno e vuoto, di arrivi e partenze, che sembra il contrarsi e l’espandersi della psiche nel buio e nella luce, nel gelo e nel sole, quando dalle spiagge sciamano i turisti, alberghi e case si riempiono e svuotano, negli inverni le strade restano deserte, e lei stessa è «una stagione che si rivolta», un volto che inganna, con la sua «aria aperta da città di mare». Mentre è – o crede di essere stata sempre – «una piccola belva di bufere».

Amore, poesia, attesa

Lavoro sull’amore, lavoro-poesia hanno il tempo di un destino elaborato dall’attesa. Lo sgranarsi seriale dei giorni è la crescita dolorosa di perle perfette che una sirenetta senza gambe da sotto il buio del mare guarda salire «dentro un buio di parole buie». Strappate all’alternativa della voce – o del «diamante fermo che riflette» ma anche gioia che manca dall’anello e «non smette di graffiare» – sono la risposta amorosa, il parto dovuto all’«intruso perfetto».

Il simbolo della perla, questo frutto di fuoco covato nell’acqua, ha scelto Isabella Leardini e la sua poesia (non il contrario) per proporre la propria immagine legata a un canto sapienziale (Il canto della perla) e a un’eleganza che va dalle sfumature vittoriane di Barrett Browning alle classicità di Moore-Millay. Nel trascorso di scelte risuonano ancora De Angelis (buio, cortili, ringhiere, balconi, muri, destino), la passione per l’autonomia di Achmatova, le espressioni che sembrano o sono memorabili per sapienza palese o nascosta, che i poeti del Novecento hanno prediletto seguendo vie laterali. La resistenza di chi è nato «a pugni chiusi» e vuole fare pace con i muri ai quali è appeso fa coincidere il carattere caparbio con la necessità di ribellarsi alla morte che è l’impulso della poesia, in tutte le conflagrazioni delle tendenze, ma anche nella veglia, nella custodia, nella preghiera.

La maturità, la giovinezza

Lei cadrà, sarà polvere. Ma intanto la poesia ferma la condizione precaria della bellezza, la esalta. Nel due della coppia nata spaiata, e creazione dell’arte, si annuncia la maturità. Essa segue a una distruzione e a un abbandono: la proiezione al plurale delle ragazze belle, uccelli o farfalle iridescenti appese ai muri da bambini crudeli. Lucciole che anneriscono, e «hanno l’emblema scomposto del soffrire». Devono rivelare l’animale nascosto che sembra una contraddizione: una maturità lacrimata e necessaria, proprio per fare durare quei fuochi e quei soli incomparabili che sono la luce della giovinezza. Per fortuna la maturità ammette l’adolescenza. Anzi non farà altro che imparare da lei, non esisterà senza la sua linfa. La città di mare glielo ha insegnato, in quella giovinezza che si ripete e si riversa a ogni stagione, libertà e privilegio di essere stupida e bella con i suoi temporali, con il suo buio che nasce chissà da dove, come le cose moderne che hanno dimenticato le antiche ma anche l’imperscrutabile, necessario buio delle prime conflagrazioni.

Una stagione d’aria trasforma la radiosità del libro precedente in un omaggio alla leggerezza che vola con le ali della natura – non solo «gli stornei» di Dante, ma l’airone, rondini e gabbiani – mentre chi scrive non posa, non canta, non vola, ma è la rondine bianca, perfezione dello scherzo di natura, intrusa in fuga, che resiste.

Se Il canto della perla racconta la liberazione dell’anima o del regno di Dio prigionieri in fondo al mare e custoditi dal serpente velenoso delle illusioni materiali, gli incantevoli usi delle perle raccontano abbellimenti organici non modificabili, affini al corpo umano che li deve indossare per non farli deperire, insieme alle epoche che li hanno prediletti. Poiché i simboli sono ambivalenti, e le verità contraddittorie, intrecciate l’una nell’altra, la perla che ha scelto Isabella Leardini, le ha fatto scrivere anche la verità che sta sulla conchiglia-cuore da dove nasce la sua perla.

Consigli per il lettore

Invito il lettore a seguirne le complessità inspiegabile tra l’animale notturno segreto che va stanato, l’animale «pietra dura d’ansia» abbandonato, e il guscio scheggiato che si chiude imperfetto, tra le sovrapposizioni di amante e amato. Chi è l’amato? Chi l’animale cuore? Chi il cuore opaco di conchiglia da proteggere?

Chi «l’animale abbandonato / che cerca come cieco di accasarsi»? Chi «la pietra dura d’ansia, l’animale / che ferma le caviglie all’improvviso»? Chi la bellezza vivente ne «gli animali prigionieri / che prima o poi non sanno più svegliarsi» e «pregano che non si spenga adesso / il desiderio che le sposta ancora vive / come piccoli animali nell’erba / che volevano soltanto una mano / ferma, per tenerle tutte intere»?

Il lettore ha capito che nella poesia l’animale è la perla. Brilla, e non annerisce più.

Corriere Romagna (©) - 2018 P.Iva 00357860402
logo w3c