NOVAFELTRIA

Ariette, il nostro teatro di terra fatto con le mani e vissuto nel corpo

Un uomo, una donna, una lettera e una focaccia: "Tutto quello che so del grano" venerdì al Sociale

di RITA GIANNINI

21/02/2018 - 11:00

Ariette, il nostro teatro di terra fatto con le mani e vissuto nel corpo

NOVAFELTRIA. «Da un piccolo seme si è strutturata una civiltà millenaria che potrebbe trasformarsi o anche scomparire, da qui la necessità di raccontare quello che ha rappresentato e rappresenta per noi il grano e per il nostro fare teatro».

Chi parla è Stefano Pasquini, uno dei tre fondatori, nel 1996 in Valsamoggia, provincia di Bologna, del Teatro delle Ariette. Compagnia che definisce «esperienza e pratica quotidiana» e che venerdì 23 alle 21, al teatro Sociale di Novafeltria, presenta Tutto quello che so del grano e sabato 24, alle 10, conduce l’incontro-laboratorio con gli studenti dell’Istituto superiore “Tonino Guerra”.

Scritto da Paola Berselli e da Pasquini, che ne cura anche la regia, li vede entrambi in scena accanto a Maurizio Ferraresi mentre il video è di Stefano Massari.

Essenziale e poetico, all’insegna della condivisione, lo spettacolo si compone di pochi, semplici elementi come è nelle corde del gruppo. Un trio che fa teatro in Italia e in Europa nei campi, nelle aie, negli ospedali, nelle scuole, nelle case oltre che nei teatri e nel loro di teatro, nato negli anni da un ricovero attrezzi al centro dell’azienda agricola.

Sul palco ci sono un uomo e una donna, una lettera, una focaccia e sullo sfondo la campagna e la pratica del teatro. E gli attori in scena preparano e cucinano il pane, inondando di profumo la sala, per poi invitare tutti ad assaggiarlo in un momento di grande condivisione.

Non è un caso che invitino anche a portare pane, focacce, pizze o dolci preparati abitualmente a casa da assaporare durante il convivio a fine spettacolo che regala momenti coinvolgenti carichi di intensità grazie al racconto intimo e reale.

Pasquini parla di «autobiografia tra grano e terra, punteggiata da lettere d’amore». Questo spettacolo così come i precedenti non lo dimenticherà e resterà vivo il sentimento di amore per la terra e ciò che essa offre per la sussistenza fisica ed emotiva. Lo conferma Pasquini.

«Le due dimensioni non sono separabili, nessuno di noi potrà mai essere solo corpo o solo anima e noi attraverso il teatro agiamo su entrambe».

L’averne preso coscienza da dove è derivato?

«La campagna ci ha molto aiutato. Io e Paola dall’89 siamo coltivatori, allevatori, tutto ha preso corpo dalla terra, non l’abbiamo mai vista come un campo da coltivare, ma un mondo da abitare, un punto d’incontro, un tramite tra noi e il mistero. Una maestra da cui imparare a guardare, ascoltare, farsi domande. Ha aperto in noi la strada del dubbio e della scoperta. Terribile e meravigliosa, avara e generosa, dura e tenera proprio come la vita. Grazie alla terra abbiamo avuto la consapevolezza dell’inscindibilità tra corpo e anima».

Da questo è nata la declinazione artistica del vostro essere contadini?

«Sì. E il nostro teatro è un teatro di terra, fatto con le mani e vissuto nel corpo. La nostra ricerca teatrale è un cammino attraverso l’umano, un lavoro continuo e paziente per forzare e aprire quella porta che conduce dentro: nel teatro invisibile del cuore. Lì sta il nostro teatro».

Nei vostri spettacoli e laboratori è sempre presente il cibo nei suoi molteplici aspetti, anche più arcaici e simbolici. Perché?

«Cerchiamo di trasmettere il concetto che il cibo non è solo un elemento materiale ma è portatore di storia, storie, affetti, pensieri, relazioni. Questo è il nostro discorso che è come una lettera che aggiorniamo e che ha un solo destinatario: lo spettatore».

Il teatro come la vita si compie solo con gli altri?

«Pensiamo a spettacoli che siano forieri di un incontro con lo spettatore, senza il quale non c’è relazione e quindi il teatro non ha senso, come senza l’altro la nostra vita è sterile».

Con questo spettacolo come aggiornate la lettera?

«Non siamo più ragazzini, abbiamo esperienza di noi e della società. Qualcosa abbiamo imparato e non possiamo tenerlo per noi. È come arrivare al collo dell’imbuto!».

Perciò afferma che è uno spettacolo a forma di imbuto?

«Quando arrivi al collo dell’imbuto, se vuoi passare di là, devi fare i conti con quello che sei, con la materia di cui sei fatto. E io voglio passare di là, attraversare il buio di questo presente per immaginare un futuro possibile».

Perché raccontarlo attraverso il grano?

«Perché noi lo coltiviamo, siamo parte dell’antichissima civiltà del grano. Perché forse il grano non interessa più nessuno e forse neanche il teatro eppure continuiamo a nutrirci di pane».

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