L'INTERVISTA

«La provincia? Spesso è una scusa per non evadere e non eccellere»

Il suo è un rap "colto", dai testi poetici e introspettivi spesso costellati di citazioni: stasera sarà al Bronson di Ravenna per presentare "Requiem"

di IACOPO GARDELLI

17/02/2018 - 16:54

«La provincia? Spesso è una scusa per non evadere e non eccellere»

Il suo rap è stato definito dalla critica specializzata “colto”. I suoi testi poetici e introspettivi sono spesso costellati di citazioni per intenditori; le sue basi strizzano l’occhio alla cultura hip-hop degli anni ’90. Stiamo parlando di Claver Gold, al secolo Daycol Orsini, rapper classe ’86 tra i più amati dai cultori del genere, ospite frequente del Cisim di Lido Adriano che sarà al Bronson di Ravenna stasera per presentare il suo nuovo album “Requiem”, uscito per Glory Hole Records l’anno scorso.

È nato ad Ascoli Piceno. Viene da una realtà di provincia, che spesso racconta nelle sue canzoni. Qual è, secondo lei, il vero significato della parola “provincia”?

«La provincia risiede sopratutto nella testa delle persone che la abitano. Spesso è una scusante per non evadere dalla quotidianità e per non eccellere. Sicuramente ci sono meno opportunità in provincia rispetto a una metropoli, ma ciò non vuol dire che un provinciale non può farcela».

Dove si è formato artisticamente?

«La mia formazione artistica parte da Ascoli Piceno, ma sicuramente Bologna è stato il punto di svolta nella mia carriera musicale. Potersi confrontare con diverse realtà stimola la creatività e aiuta a crescere».

Come è nato il suo nuovo album “Requiem”? Qual è l’idea di fondo che lo muove?

«“Requiem” nasce come un disco di ricordi, è la colonna sonora della mia vita. Nasce per esorcizzare tutte quelle storie che non ero riuscito a superare e che in un modo o nell’altro mi rimanevano dentro. Scrivendole me ne libero: una sorta di autoanalisi».

I rapper italiani parlano quasi sempre di loro stessi. Crede ci sia un problema di egotismo nella nostra scena nazionale?

«Se ognuno parla di se stesso allora stiamo parlando di tutti. Scrivere di se stessi è sempre stata una prerogativa del rap, ma ciò non toglie che le persone si immedesimino nei racconti e nelle storie. Il trucco sta nella penna dello scrittore».

Come sta rispondendo il suo pubblico a questo nuovo lavoro?

«Benissimo, il pubblico risponde molto bene durante i live e le vendite stanno andando bene, non possiamo lamentarci. Facendo musica underground è sempre dura, ma un passo alla volta stiamo andando avanti alla grande».

Cosa ha perso il rap col passaggio da musica per minoranze a moda di massa?

«Ha perso fascino sicuramente, ricercatezza e ricchezza di contenuti. Questo non vuol dire che stiamo andando nella strada sbagliata. Serve una scossa di assestamento».

Ogni canzone è una narrazione, soprattutto nel caso del rap. Ha riferimenti letterari? Se sì, quali? E come influenzano la sua scrittura?

«Sicuramente il cantautorato e la letteratura, soprattutto quella italiana, hanno influenzato molto il mio modo di scrivere. Sono un grande lettore della classica Italia, ma come nella musica vario spesso».

Quali sono i suoi punti di riferimento nel panorama del rap italiano contemporaneo?

«Sicuramente Fabri Fibra, che stimo molto umanamente e come artista».

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