ANDREA ZORZI

Si gioca esclusivamente per vincere, in Nazionale e a teatro: "Zorro", la leggenda

A Santa Sofia lo spettacolo con lo sportivo che negli anni 90 fece sognare l'Italia

Si gioca esclusivamente per vincere, in Nazionale e a teatro: "Zorro", la leggenda

SANTA SOFIA. Riprende sabato 13 la stagione del teatro Mentore di Santa Sofia, con uno spettacolo molto particolare: sul palco, infatti, a interpretare La leggenda del pallavolista volante, Andrea Zorzi, campione nella nazionale allenata da Julio Velasco che negli anni Novanta fece sognare tutta l’Italia. Con lui, a interpretare il testo scritto da lui stesso e da Nicola Zavagli, Beatrice Visibelli. «Questo viaggio nel mondo del teatro – racconta il campione veneto, ora passato al giornalismo – è nato un po’ per caso: nel 2012 incontrai all’Isola d’Elba, durante le vacanze, Nicola e Beatrice. Mi proposero di fare con loro una lettura teatrale a Firenze che quell’anno era “capitale europea dello sport”. Accettai, con un po’ di coraggio… e molta incoscienza, visto che non avevo mai calcato il palco. Da allora, però, la lettura si è trasformata in uno spettacolo vero e proprio che sta girando l’Italia, e con buonissimi riscontri».

Il segreto di questo successo?

«Forse il fatto che qui possono incontrarsi due pubblici: quello sportivo, che a teatro ha un po’ paura di annoiarsi, e quello abituato allo spettacolo dal vivo. Tutti e due hanno modo di trovare soddisfazione in quanto succede in scena, che non ha bisogno di particolari conoscenze sportive ma racconta l’Italia a partire dagli anni Settanta, che appartiene ai ricordi di molti di noi».

Si parla anche della sua biografia.

«Mio padre era emigrato in Australia dal Veneto “pre-miracolo”, mia madre lavorava in un manicomio… io ero un ragazzotto come tanti, un po’ troppo alto, con i brufoli e senza la ragazza: ma quella vita, nella sua semplicità, diventa strumento per raccontare la storia di un paese».

E la mitica “Nazionale dei fenomeni”, dove lei era “Zorro”?

«Il focus della pièce, chiaramente, a un certo punto vi si sposta. Era un team vincente, certo, ma a prezzo di grandi sacrifici e sofferenze. Nonostante questo, era un “gruppo”, e quel gruppo significò molto per lo sport, anche grazie alla straordinaria unità d’intenti che vi si respirava».

Era questo il vostro “segreto”?

«Non esistono “segreti”: nello sport o vinci o perdi. È un mondo in bianco e nero, insomma, da cui però dopo ogni partita devi uscire per rientrare nel mondo “vero”. Che ha molti colori. Fare sport vuol dire infatti entrare in una dimensione iper-regolamentata, ma a cui sono estranee l’etica, la politica…perché si gioca esclusivamente per vincere: se vinci, sei nel giusto, se perdi, hai sbagliato, e questo semplifica enormemente le cose. Il mondo delle relazioni umane però non è così chiaro e rassicurante, è entusiasmante, ma ci devi fare i conti. Quando non sono più riuscito a concentrarmi sullo sport in questo modo, ho lasciato».

Lei era piuttosto giovane infatti, nel 1998 aveva solo 33 anni…

«L’esperienza sportiva è stata fantastica ed educativa, un’“esperienza di vita”. Ne sono convinto, purché sia chiaro però che è anche una scuola per imparare a perdere, e a ricominciare dopo il dolore della sconfitta. Il campo da gioco infatti è un laboratorio in cui certe dinamiche emergono in modo macroscopico, e ti fanno capire meglio come attrezzarti davanti alla delusione».

E il rapporto con Velasco?

«Julio è un uomo intelligente, colto, con una grande capacità affabultoria: nello spettacolo cerco di raccontare in modo semplice come è stata la nostra relazione con lui: un “catalizzatore”, capace di creare le condizioni per una “reazione” positiva fra noi. Incontri unici, che cerco di condividere con il pubblico dei teatri».

Info: 349 9503847
Biglietti: 20-18 euro

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