RENATA MOLINARI

«Sono tornata per lasciare un segno. La mia curiosità diventa una biblioteca»

Dopo il ritorno in Romagna, nel 2016 ha fondato a Bagnacavallo la Bottega dello Sguardo che comprende 3600 volumi consultabili sul mondo del teatro e dello spettacolo

di IACOPO GARDELLI

07/01/2018 - 10:30

«Sono tornata per lasciare un segno. La mia curiosità diventa una biblioteca»

BAGNACAVALLO. L’occasione per intervistare Renata Molinari è ghiotta. Cresciuta a Villanova di Bagnacavallo, classe 1949, Molinari, tra le più importanti esperte di teatro in Italia, scrittrice, drammaturga e docente, ha deciso nel 2016 di fondare La Bottega dello Sguardo, uno spazio culturale dedicato alle arti dello spettacolo. La Bottega ha promosso quest’autunno un interessante seminario sul teatro russo rivoluzionario che ha visto la partecipazione di intellettuali come Fausto Malcovati e di attori come Giuseppe Battiston e Alfonso Santagata.

Molinari, dove è nata, e da dove viene la passione per il teatro?

«Sono di Villanova di Bagnacavallo, dove all’epoca era piuttosto difficile che nascesse una passione per il teatro. La mia formazione è avvenuta a Milano, studiando storia del teatro all’Università Cattolica con grandi maestri come Mario Apollonio e Sisto Dalla Palma, il fondatore del Centro di Ricerca Teatrale. Furono le loro lezioni a introdurmi in un mondo di straordinario fermento. Era la fine degli anni Sessanta, gli anni gloriosi della ricerca: il teatro diventava un modo per appropriarsi di una propria libertà di espressione».

Quindi c’è stato l’incontro con l’Odin Teatret di Eugenio Barba, fondamentale per la sua formazione.

«Mi ero appena laureata e nel ’72, alla Biennale di Venezia, ho incontrato l’Odin Teatret. L’esperienza con Barba è stata talmente forte che mi sono detta: vai di persona, seguili in Danimarca, devi capire che cos’è questa cosa. E sono partita per qualche mese, anche se avevo già trovato un posto come assistente all’università».

E dopo?

«Mi sono dedicata per qualche tempo al lavoro di gruppo, col Teatro di Ventura, ma è un’esperienza che è durata pochi mesi. A metà degli anni Settanta c’è stato l’incontro con Jerzy Grotowski e il suo teatro delle fonti, che si è protratto nel tempo assieme a Carla Pollastrelli, in un sodalizio di studio, lavoro e pubblicazioni».

Che lavoro faceva?

«Ho sempre proceduto su due binari: uno di studio e ricerca – il filone della Ubulibri di Franco Quadri – e uno di lavoro attivo nel teatro, prima con l’animazione del teatro di gruppo, poi come dramaturg».

Qual è, nella sua essenza, il ruolo del dramaturg?

«Il dramaturg cura il rapporto fra il testo e l’attore. È il custode del testo. In un lavoro di riduzione testuale il dramaturg deve creare frammenti nuovi conoscendo il lavoro e le caratteristiche dell’attore che andrà a interpretarli. Deve adattarli su di lui, aiutarlo a trovare esercizi per un’improvvisazione strutturata. È uno sguardo sul testo teatrale con un’attenzione alla pratica dell’attore».

Una sorta di maieuta che passa dal testo all’attore.

«O dall’attore al testo. Il mio lavoro parte spesso dall’attore. Da qui la ragione di alcuni miei lavori con singoli attori, senza registi: Massimiliano Speziani, Giuseppe Battiston, Luigi Dadina».

Perché dalla Paolo Grassi di Milano ha scelto di tornare a Bagnacavallo?

«Ci sono molti fattori. Alcuni solo legati alle circostanza della vita. La morte di Thierry Salmon e di Franco Quadri, ad esempio. Ma ci sono anche ragioni personali: a un certo punto della vita senti di avere una prospettiva più breve, e ti viene l’esigenza di tirare le fila di un discorso, consegnare a qualcuno qualcosa della mia attività. Così è maturata l’idea di trasformare la mia curiosità teatrale in una biblioteca pubblica».

Ed è nata la Bottega dello Sguardo. Che è stata fondata recentemente, nel 2016.

«Sì, è solo un anno e mezzo, ma abbiamo fatto tante cose e abbiamo avuto una bella risposta, che sinceramente non mi aspettavo. Le persone si sono interessante, sono venute, e abbiamo già raggiunto la quota dei 130 soci».

Nella presentazione della Bottega dello Sguardo c’è scritto che «anche l’effimero lascia tracce».

«Sì. Sebbene il teatro e il mondo dello spettacolo non abbiano una grande tradizione di conservazione, dobbiamo capire l’importanza di tenere traccia anche di queste arti, per eccellenza effimere».

C’è una difficoltà storiografica insita in queste arti? La storia del teatro è più difficile da fare rispetto alle altre?

«No, bisogna solo avere più strumenti. Il teatro è un’arte che abbraccia due mondi, quello degli attori e quello degli spettatori. Tutte le arti riguardano il fruitore, certamente; ma il teatro in particolar modo».

I testi conservati nella Bottega dello Sguardo sono aperti a tutti?

«Sì, è una biblioteca a tutti gli effetti. Non è ancora finita la catalogazione nella Rete Bibliotecaria di Romagna e San Marino, quindi al momento non è possibile il prestito, ma solo la consultazione interna. Siamo già a 3600 titoli».

Oltre alla consultazione di testi, che tipo di attività svolgete?

«Proprio per questa dimensione associativa ci sembrava bello avere almeno un appuntamento al mese durante il quale cerchiamo di aprire i materiali della Bottega ai nostri sostenitori. Ma non in modo accademico: con testimonianze vive, riflessioni aperte che diventino creazioni condivise. Abbiamo alcuni filoni. Uno è “Teatri e teatranti nel nostro territorio”, un altro è “La vita degli attori”, perché raccontare una vita è il modo più diretto per aprire a tutti il sapere specialistico della Bottega».

In che cosa il teatro di oggi è più cambiato rispetto a quello degli anni Settanta?

«Forse si è perso il piacere di sbagliare. Sento meno gioia nell’errore. Tutto va verso qualcosa di più corretto».

Intende dire che c’è un’attenzione eccessiva ad assecondare il pubblico e il mercato culturale?

«Sì, c’è questo elemento, ma c’è anche una paura di rimanere fuori, il desiderio di fare subito la cosa giusta. E si parla sempre meno di piacere».

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