Martedì 22 Agosto 2017 | 07:15

L'OMICIDIO DI MISANO

Vedova con tre figli: «Io, lasciata sola dopo la tragedia»

«Molte porte chiuse, mi aspettavo un po' di solidarietà»

Vedova con tre figli: «Io, lasciata sola dopo la tragedia»

La scena dell'omicidio

RIMINI. Nimet l’ultimo di tre fratellini, compirà tre anni a settembre. «Gli ho dato il nome di suo papà che non ha mai conosciuto – racconta la madre Jessica Barletta, 26 anni, di Misano Adriatico – Mio marito, infatti, è stato ucciso cinque mesi e mezzo prima della sua nascita, il 17 marzo 2014. Degli altri due miei figli, solo il maggiore, che ha poco più di quattro anni, ne conserva ancora un ricordo». Sarà difficile per la donna spiegare loro, un domani, perché un “mite” camionista abbia scaricato contro di lui, senza una ragione, sette colpi di pistola, cinque dei quali a segno, uno dritto al cuore. «Non dimenticherò mai il suo ultimo sguardo: era di incredulità. Ho assistito alla scena: mi rimarrà impressa per tutta la vita». L’assassino, Paulin Nikaj, albanese come la vittima, mercoledì scorso è stato condannato in appello a 30 anni: avrebbe agito per il timore, probabilmente infondato, di ritorsioni nell’ambito di una faida familiare al quale lui aveva dato vita spaccando una bottiglia in testa al fratello della vittima nell’ottobre 2013. Una lite banale, alla quale Nimet non aveva dato importanza. «Nimet - racconta Jessica - era interessato solo a me e ai bambini, non gli importava niente delle tradizioni albanesi. Solo per fare un esempio, aveva condiviso la decisione di battezzare i piccoli nonostante la sua famiglia fosse musulmana. Il codice Kanun? Ne ho sentito parlare per la prima volta al processo, Nimet non se n’era mai interessato».

Il giorno della tragedia erano andati a fare la spesa al supermercato. Lei incinta e lui che porta le borse. L’incontro con l’assassino, del tutto casuale, avviene davanti allo scaffale dei sottaceti. «Non l’avevo mai visto prima». Che cosa si dissero il marito e il suo carnefice, mezz’ora prima di affrontarsi all’esterno? «Hanno parlato a bassa voce, in albanese, io non capisco la lingua, ma non era una lite». La scena “muta” viene ripresa dalle videocamere della sorveglianza. I due uomini si scambiano poche parole. Poi, ognuno per la sua strada, almeno in apparenza. «Chi è quello? Chiesi. Nimet mi rispose che era il tipo che qualche tempo prima aveva dato una bottigliata in testa a suo fratello “Gimmi”. Lo conosceva appena». Era preoccupato? «No, per niente. Abbiamo continuato a riempire il carrello: l’unica preoccupazione era che il nostro figlio più grande non stava bene e ci eravamo detti che saremmo restati a casa il resto della giornata». All’uscita Paulin è lì che aspetta Nimet e gli dice qualcosa. Questi appoggia gli occhiali e il portafogli sul sedile, poi dal cruscotto estrae una bomboletta spray, innocua e va incontro al connazionale. «Gli ho detto lascia perdere, andiamo», un presentimento, ma non sembrava il preludio di una tragedia.

«In tribunale lui ha chiesto perdono, ma non gli ho creduto, né m’importa della sua sorte. Ringrazio gli avvocati Torquato e Antonio Tristani, il pm Marino Cerioni e i carabinieri di Riccione per il lavoro che hanno svolto. Ma delle sue scuse non me ne faccio niente: non credo temesse davvero le ritorsioni dei fratelli di mio marito, tutte persone civili, lavoratori, e neanche che avesse solo l’intenzione di spaventare Nimet: se vuoi far paura a qualcuno mostri la pistola, al limite spari a una gamba, non so, ma non miri al cuore». Jessica, sola con tre figli, ha dovuto lasciare il lavoro da parrucchiera per seguirli a tempo pieno (aveva un contratto a tempo indeterminato) e nonostante i suoi familiari vivano tutti nel Riminese si è trasferita in provincia di Macerata in una casa di proprietà del compagno di sua madre. «Ce la siamo anche vista brutta con il terremoto, vorrei riavvicinarmi, ma quando sono andata a chiedere un aiuto ho trovato solo porte chiuse: a Montecolombo, a San Clemente, a Misano, a Riccione. Non dico un sussidio, ma almeno un alloggio popolare, un lavoro anche diverso dalla mia professione. Il mio è un appello, ho visto che in casi analoghi al mio c’è stata una certa mobilitazione, specie a Rimini. Io invece sono stata lasciata sola, non ho sentito la solidarietà di nessuno, paradossalmente credo che avrei avuto più mani tese se fossi stata albanese anziché italiana, ma spero ancora che qualcosa di buono, dopo tanto dolore, possa capitare».

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