IL LINGUAGGIO DEI SOCIAL

Chiamiamo i razzisti col loro nome

di ENEA ABATI

21/10/2017 - 11:04

Chiamiamo i razzisti col loro nome

Sbarco a Lampedusa

Ci sono gesti che non avrebbero bisogno di essere commentati tanto sono piccoli e meschini ma che se non vengono stigmatizzati rischiano di apparire normali. Da qualche tempo, per esempio, sembra diventato normale fare foto a degli stranieri, in genere con la pelle scura, in contesti pubblici come bar o parchi, e poi pubblicarle sui social network accompagnate da frasi tipo “le nostre risorse comodamente sedute a far salotto in un bar! Tanto paghiamo noi… ”. I commenti che seguono, tristemente sempre troppi, mettono perfettamente a nudo l’inconsapevole banalità atroce dei nazi-fascisti da tastiera. “Diamogli fuoco”, “Prendiamoli a manganellate”, “Mettiamoli sui gommoni e affondiamoli”, ma si arriva anche espressioni più truci e ripugnanti per quanto colme di odio e intolleranza.

Al di là della grave violazione della privacy - di cui si spera che prima o poi autori e amministratori delle pagine cittadine dei social network siano chiamati a rispondere in sede civile e penale - ciò che lascia disarmati è constatare come azioni che calpestano decine degli articoli della nostra Carta costituzionale finiscano per essere socialmente accettate. E’ diventato normale essere razzisti e inneggiare alla violenza. E’ divenuta prassi additare chi ha la pelle colorata o parla una lingua differente dalla nostra come un fannullone, un ladro, uno che ci ruba il lavoro o addirittura uno stupratore. Ed è ormai abitudine diffusa esprimersi e basare le nostre convinzioni su luoghi comuni prima che sui fatti o sulla conoscenza diretta delle persone.
Fino qualche anno fa, quando il luogo del confronto informale era il bar, chi non provava vergogna nel dichiararsi razzista o si esprimeva con termini come “negro” veniva stigmatizzato dal resto della compagnia proprio perché calpestava quell’insieme di diritti e doveri che sta scritto nella Costituzione e che rappresenta le fondamenta del nostro vivere insieme. Probabilmente quel guardarsi negli occhi, quel conoscersi nella vita vera, che il bar in fondo rappresentava, faceva sì che certe bestialità non potessero essere tollerate. Il passaggio del confronto sociale dal reale al virtuale ha finito per sdoganare l’inaccettabile, ciò che distrugge. Chi scrive o posta foto intrise di cattiveria verso il prossimo non convive con chi poi le andrà e leggere - anche se è il vicino di casa il rapporto è virtuale - ed è per questo deresponsabilizzato rispetto alla propria meschinità. Un po’ come chi non paga le tasse, che soltanto in apparenza non ruba direttamente dalle nostre tasse. Però impoverisce fino a distruggere il tessuto sociale.
Non sembra esserci argine possibile a questa ondata di odio virtuale che finisce per avvelenare anche la vita reale. Ci resta però una libertà: quella di dare del razzista a chi si macchia di esserlo. Facciamolo prima che qualcuno cominci a pensare che si tratta di un complimento, già in troppi hanno cominciato a vantarsene.

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