Martedì 22 Agosto 2017 | 22:30

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Il voto sul referendum e il bisogno di cambiare

IL VOTO SUL REFERENDUM E IL BISOGNO DI CAMBIARE

Una società che non è capace di ascoltare, di riflettere e di assumersi responsabilità non ha futuro. In Italia da parecchio tempo ci si è avviati verso questa deriva pericolosa. Si vota “contro” e non “per”, per antipatia e non per simpatia. Si personalizza il voto e non si guardano le proposte nei contenuti. Ci si tura il naso o si strilla. Eppure, fino a quando non saremo noi cittadini a sentirci responsabili per le malefatte di certa classe politica non ne usciremo.
Molti di quelli che hanno votato Berlusconi oggi ne parlano male e non sentono la benché minima responsabilità rispetto ai problemi che quei governi hanno lasciato. Chi ha votato per due volte il senatore Antonio Razzi (quello che in una intervista fuori onda sembrava interessato solo al suo vitalizio...) si giustifica dicendo che “tanto in Italia rubano tutti”...
Ma si può andare avanti così? No. E il mondo ce lo sta dicendo. La nostra economia non è in difficoltà solo per colpa della crisi finanziaria del 2008. Molti mercati e paesi occidentali hanno già recuperato quanto perso in quell'occasione. La nostra crisi è legata molto più alla globalizzazione e alla nostra incapacità di adeguarci a una competizione che si è allargata. Se prima eravamo fra i pochi protagonisti del mercato oggi dobbiamo confrontarci con paesi come la Cina, l'India, la Corea del Sud...
Paesi dove è molto meno costoso produrre: stipendi più bassi, meno spesa per rispettare normative sanitarie e ambientali, meno fisco, meno burocrazia... E questi paesi vendono in Italia e fanno concorrenza alle nostre aziende che hanno costi di produzione notevolmente maggiori. Alle nostre aziende chiediamo fino al 60-70 per cento di tasse. A chi viene da fuori rivolgiamo un disarmante “prego si accomodi” e lo collochiamo accanto ai nostri prodotti sugli scaffali dei supermercati (e non solo) in una lotta impari. Questo vale anche per i giganti del web (da Google a Facebook) che per quanto riguarda le tasse pagate in Italia (sugli incassi fatti nel nostro Paese...) sono dei topolini.
I paesi occidentali che sono riusciti a reagire per ora a questa crisi sono quelli come gli Usa, il Regno Unito o la Germania che hanno meno tasse (e meno evasione...) o meno burocrazia, che sono riusciti a spingere sull’innovazione, sul merito, sulla produttività. Se proprio devono tassare qualcosa cercano di non penalizzare aziende e lavoratori. Hanno scelto di salvaguardare gli stipendi e di conseguenza la qualità della vita dei propri cittadini. E l’Italia? L’Italia resta un luogo dove è più conveniente campare di rendita che rischiare. Dove si pensa di spendere 15 miliardi l’anno per dare il reddito di cittadinanza anziché usare quei soldi per dare lavoro a chi non ce l’ha. Sarebbero quasi un milione di posti di lavoro! E forse quei soldi potrebbero essere produttivi (magari per migliorare lo stato delle nostre strade, per esempio...). Così si rispetterebbe anche la Costituzione a cominciare dall’articolo 1 che dice che la nostra è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Il dibattito è inzuppato di demagogia e populismo da una parte e dall’altra. Si fa a gara a dire quanti soldi sono stati restituiti dai politici ai cittadini.
“Noi 80 milioni!” “Noi di più!” Ma nessuno si preoccupa se un’oscillazione di pochi decimali nell’addizionale Irpef regionale significa un prelievo di miliardi di euro dalle tasche dei cittadini (sempre quelli che pagano le tasse, ovviamente...).
E il referendum? Da mesi c’è chi senza avere letto quasi niente sulla riforma costituzionale si è schierato per il no per mandare a casa Renzi (“è arrogante e antipatico”). Così come qualcuno si è premurato di dire di sì solo perché teme contraccolpi negativi sull’intero sistema paese da una caduta del governo.
Eppure nelle ultime settimane qualcosa di positivo sembra muoversi. Gli italiani hanno cominciato a scendere nel merito della questione. E anche al bar e su Facebook si sentono discussioni sul nuovo Senato o su cosa cambierebbe con le altre modifiche alla Costituzione. Questa sarebbe la strada giusta da seguire sempre. Decidere in maniera consapevole e responsabile cosa votare solo dopo aver ascoltato ed essersi informati. Votare di testa e non di pancia, anche se la tentazione è sempre forte. Certo è legittimo anche dire no solo perché si vuole mandare a casa Renzi, come fa qualcuno. Di sicuro però l’Italia deve cambiare. E in meglio, certo. Così non può andare avanti. Se sarà la riforma di Renzi a farlo lo decideranno i cittadini. Ma una cosa è certa. Se non lo farà l’attuale premier qualcun altro lo deve fare e subito perché altrimenti l’Italia crollerà su se stessa.
Ci riusciranno? Speriamo.

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