Giovedì 29 Settembre 2016 | 07:00

IL COMMENTO

Se l'antifascismo genera fascismo

Se l'antifascismo genera fascismo

Oltre settant’anni dopo la liberazione dal nazi-fascismo forse anche a Rimini varrebbe la pena d’interrogarsi sul senso dell’antifascismo militante. E’ più antifascista chi mette in piazza la propria rabbia e magari i propri bastoni o chi invece, pur non condividendo nulla del pensiero di chi vorrebbe ripristinare forme di governo autoritarie, accetta la sfida del confronto democratico?

E’ più antifascista chi di fronte a teste rasate, anfibi e bandiere nere si gira dall’altra parte oppure chi, penso ad esempio al sindaco Andrea Gnassi, non perde occasione, alzando i toni dello scontro, per regalare una vetrina mediatica ai forzanovisti?

Lo scorso 25 aprile, a Riccione, la sindaca Renata Tosi tentò di impedire a una bambina di sei anni di tenere in mano la bandiera della Cgil che le aveva dato la nonna, una storica dirigente del sindacato. La nonna, naturalmente indignata, cercò di fare capire alla prima cittadina, ma soprattutto alla nipote, che il senso della Liberazione e del suo essere militante antifascista risiedeva proprio nella tolleranza, nella pluralità finalmente possibile. Antifascista è chi accetta e accoglie e non invece chi brucia o vorrebbe bruciare le bandiere e le idee e i libri altrui.

Se escludiamo una piccola frangia di violenti, Rimini può dirsi profondamente antifascista. Ormai da decenni un ristrettissimo gruppo di militanti di Forza Nuova manifesta tutta la propria intolleranza verso gli stranieri, i nomadi e gli omosessuali in vari punti del centro storico della città. La reazione di Rimini è più o meno sempre la stessa: quasi nessuno si cura di loro, giornali compresi. Se ne stanno tre o quattro ore con le loro bandiere nere in mano, magari si sentono pure felici, e quando si è fatta l’ora di pranzo vanno a casa a mangiare come tutti.

Di tanto in tanto, però, spunta fuori il paladino dell’antifascismo che con metodi fascisti (intolleranza e a volte violenza) tenta di impedire ai neofascisti di manifestare le proprie opinioni, per quanto deprecabili. Il risultato è terribile. Si fa la conta dei feriti in caso di scontri come quelli di sabato 26 marzo, sperando sempre che non ci scappi il morto. Si fa la conta del denaro pubblico buttato: gli oltre cento agenti schierati ieri costano una montagna di soldi. La normalità di un sabato di mercato viene stravolta dal timore di violenze. Forza Nuova, che i riminesi normalmente ignorano, conquista le prime pagine dei giornali e probabilmente anche qualche sostenitore insperato.

Appare ormai chiaro che Rimini, nel 2016, non ha nulla da temere da Forza Nuova - da cui si difende con le idee e la democrazia - ma deve purtroppo fare i conti con una guerriglia del tutto simile a quella tra frange ultrà fuori da uno stadio in cui davvero si fa fatica a comprendere dove stiano il torto e la ragione perché seppelliti da violenze e reati.

Picchiare qualcuno per impedirgli di manifestare le proprie idee rischia di configurarsi come uno sfregio verso chi oltre settant’anni fa ha combattuto, pagando in tanti casi con il prezzo della vita, per liberarci dal nazi-fascismo e regalarci la libertà di pensiero e opinione. Di questo antifascismo bellicoso Rimini nel 2016 può farne tranquillamente a meno: a tutela della democrazia, oltre al buon senso, qualora ve ne fosse bisogno ci sono le istituzioni previste dalla Carta costituzionale.

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