VELA E PARI OPPORTUNITA'

«La Rimini-Corfù dell’87, solo donne a bordo per vincere i pregiudizi»

«Demmo vita a un equipaggio tutto femminile ma nessuno credeva in noi e ci mancava anche la barca...»

01/10/2018 - 19:36

«La Rimini-Corfù dell’87, solo donne a bordo per vincere i pregiudizi»

Giovanna Caprini con telecamera a Panama

Vela e pregiudizio. Quanto è rimasto nella testa dei marinai uomini della vecchia diceria che è meglio non avere donne a bordo? Quanti velisti ancora oggi credono che la vela non sia uno sport per donne? Ebbene sì, negli ultimi trent'anni sono stati fatti dei passi in avanti, anche se resta non poco da fare. Le donne comunque lavorano nel settore della pesca, partecipano alle regate, comandano navi e barche. Tutto ciò è stato possibile anche grazie all'impegno di quelle ragazze che qualche decennio fa hanno deciso di navigare controcorrente. Una di queste è la veronese Giovanna Caprini, 64 anni, laureata in lettere, velista, skipper, istruttrice federale e oggi anche imprenditrice turistica nella zona del Monte Baldo, sul lago di Garda. Trent'anni fa Giovanna organizzò un equipaggio tutto femminile con il quale, sfidando sorrisini e diffidenze, partecipò alla Rimini-Corfù-Rimini e alle altre lunghe regate d'altura del Mediterraneo. La barca si chiamava Invicta Delfino Rosa.

Giovanna, come ti sei avvicinata alla vela?

«Io sono nata montanara perché i miei avevano una casa in montagna e ogni estate si andava lì a fare le vacanze. A un certo punto decidono di vendere quella casa e ne prendono una al lago di Garda. Avevo 21 anni e non la presi bene, mi mancava la montagna... Un giorno, mentre giro con la mia moto da enduro, guardo il lago e vedo che era pieno di barche (solo dopo seppi che era la Cento Miglia...). Mi dissi: o sono tutti stupidi o deve essere proprio una cosa bella! Così cominciai a stressare tutti quelli che conoscevo per sapere se c'era qualcuno con una barca che mi potesse far provare. Salì sulla barca di un amico e fu amore al primo bordo...»

Hai avuto un maestro?

«Tecnicamente ho avuto la gioia di lavorare con Fabio Albarelli (medaglia di bronzo olimpica nella classe Finn alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, ndr) che per me è stato un datore di lavoro e un amico e mi ha insegnato come si porta una barca. Ma chi mi ha insegnato ad andare in barca è stato Pino Castellani. Quando presi la patente nautica come regalo mi diede le chiavi della sua barca (un Sangermani del 1954) e mi consentì di portare i miei amici per un paio di giorni a Pirano. Quando mi presentai al marina mi volevano impedire di prendere il largo e dovettero telefonare all'armatore!».

Momenti difficili?

«Beh, agli inizi non fu facile. Sul lago cercavo sempre di imbarcarmi ma non trovavo posto e, quando mi dicevano di sì, succedeva anche che all'ultimo momento un uomo si liberava... e allora il posto lo davano a lui e io restavo a terra. Un giorno che mi avevano scaricato me ne stavo a piangere su una bitta del pontile di Sirmione e arrivarono due tizi che non conoscevo: “Cosa ci fa questo fiorellino tutto solo a piangere?” Mi presero la borsa e dissero “ti portiamo noi”. Erano Gaetano Breviglieri e Silvano Seronelli. Mi portarono sul Mousse Blu e da allora andai con loro. Certo mi fecero sudare le cosiddette sette camicie coi lavori a bordo ma per me fu una svolta. A volte si parla di sliding doors... Per me fu così. Chissà cosa sarebbe successo se quel giorno non avessi incontrato quelle persone?».

Forse è anche per queste esperienze che decidesti di dar vita a un equipaggio tutto femminile alla Rimini-Corfù-Rimini del 1987?

«Sì, c'era da sfatare la credenza che la vela d'altura non fosse adatta alle donne».

Fu dura?

«Sì, fu dura per una serie di motivi. Intanto di donne che sapevano andare in barca ce n'erano pochissime. Oltre a queste coinvolsi nel progetto ragazze che facevano sport e alle quali insegnavo la vela e la navigazione. Ma era dura anche perché la gente non credeva in noi. Era una strada in salita. Non avevamo la barca e non trovavamo nessuno che ce la prestasse. Un primo incoraggiamento lo avemmo dal ravennate Adriano Panzavolta, grande stazzatore. Poi trovammo un cantiere nella bassa veronese che ci mise a disposizione una barca tutta da sistemare, un modello Wing 34».

E in mare?

«Una volta in mare, le difficoltà erano quelle di tutti. L'unica differenza fra maschi e donne è sulla forza fisica: l'uomo ne ha di più. Così la donna dove non arriva con la forza arriva con il cervello e deve inventarsi qualcosa. Dovevamo stare molto attente nelle manovre. Nelle regate costiere, poi, per avere un certo peso, eravamo costrette a essere tantissime a bordo, almeno due in più...»

E alla fine arrivò anche il giro del mondo...

«Anche in quel caso fu decisivo un incontro. Era un sogno nel cassetto e con un'amica ci dicevamo che era molto difficile. Poi un giorno ci troviamo a Trieste alla Barcolana e ceniamo assieme a Pasquale De Gregorio (uno dei pochissimi italiani ad aver fatto la Vendée Globe, giro del mondo in solitario, senza assistenza e senza scalo, ndr). Ci dice: “io vado a fare la Round World Rally”. Io e la mia amica ci guardiamo negli occhi e diciamo: anche noi. Così ci siamo mosse, abbiamo trovato lo sponsor e siamo partite. E fu proprio un'avventura. Dopo nemmeno duecento miglia dalla partenza dello Sr Lanka, in mezzo al monsone, ci si ruppe il timone. Una barca ci aiutò ad arrivare alla Maldive trainandoci per tre giorni. In quei giorni ci fu di aiuto anche il radioamatore di Russi Zini. Ma proprio quando stavamo arrivando alle Maldive finimmo su un basso fondale. Così dovemmo faticare non poco per portare a terra la barca e ripararla, fra le palme, in quel posto così lontano dai cantieri».

Ma riusciste a ripartire.

“Certo! A un certo punto facemmo un cambio di equipaggio e caricammo a bordo gente che veniva da mezzo mondo: Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Nuova Zelanda. Fu un'esperienza bellissima».

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