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IL RICORDO A 25 ANNI DALLA MORTE

Raul Gardini, il romagnolo che sfidò il mondo della vela

Tante barche e molta innovazione. La campagna di Coppa America e il rapporto col Cantiere Carlini dove nacque il primo Moro di Venezia

di PIETRO CARICATO

06/08/2018 - 18:34

Raul Gardini, il romagnolo che sfidò il mondo della vela

RAVENNA. Se l’America’s Cup è il più importante trofeo della vela, Raul Gardini è l’italiano che in fatto di vela è arrivato più lontano di tutti. Il suo Moro di Venezia è l’unica barca italiana ad avere vinto almeno una regata in Coppa America. Siamo nel 1992. A San Diego lo scafo italiano si aggiudica la Louis Vuitton Cup, il trofeo degli sfidanti, ma perde 4-1 contro America³ del presidente Bill Koch e dello skipper Buddy Melges. Nessuna barca riuscirà a tanto. L’Azzurra di Cino Ricci arrivò terza degli sfidanti nel 1983. La Luna Rossa di Prada del 2000 arrivò alla finale contro New Zealand ma perse tutte le regate. Per il grande imprenditore ravennate scomparso 25 anni fa la campagna di San Diego si può definire come il punto più alto della sua vita di velista e marinaio, una vita iniziata con le derive sulla spiaggia ravennate e indirizzata ben presto lungo una rotta fatta di ambizione, determinazione e voglia di innovazione che caratterizza anche l’aspetto del Gardini imprenditore.

«Era venuto su con la gavetta», dice il romagnolo Cino Ricci, primo skipper italiano in Coppa America e tanto altro ancora... «Non era il ricco signore che si era fatto la barca ma uno che sapeva andare per mare e che al mare portava rispetto». Uno che amava navigare perché, come disse al giornalista Antonio Vettese, oggi tra l’altro consigliere del Circolo Velico Ravennate, «da ragazzo per me il mare era la libertà e ho sempre avuto una spinta verso quella libertà».

Un lungo elenco di scafi

L’elenco delle barche passate sotto il suo comando è molto lungo: scafi piccoli e maxi yacht barche per vincere regate prestigiose o per tirare due bordi davanti alla diga di Ravenna. La prima barca d’altura è Naso Blu, poi arriva Orca 43: due progetti firmati da Dick Carter. Con quest’ultima vince il Campionato del Mediterraneo, la Middle Sea Race e le regate di Porto Cervo. Nel 1973 (sempre dalla matita di Carter) nasce Naif, che vede la luce al Cantiere Carlini di Rimini. «Era venuto a Rimini per fare dei lavori all’Orca 43», ricorda Stefano Carlini, figlio di Roberto, il fondatore del cantiere. «Decise di farci costruire la sua nuova barca che era sempre progettata da Carter».

«Siamo nel 1973», ricorda Vettese, «le foto della barca fanno il giro del mondo perché per i tempi è fortemente innovativa con le sue due ruote del timone e le sue proporzioni». La barca è in legno, come tradizione dei Cantieri Carlini. Partecipa all’Admiral’s Cup. Sono solo tre gli italiani a bordo: l’amico e marinaio Angelo Vianello, lo skipper Cino Ricci e Raul. Gli italiani partono il venerdì sera dall’aeroporto di Rimini, fanno scalo a Londra e da lì in auto fino a Southampton per poi tornare a casa la domenica.

Juan Carlos e il Moro

Ma il “capolavoro” arriverà tre anni dopo con il primo Moro di Venezia, una barca lunga quasi 20 metri e mezzo: bella e veloce. È sempre di legno ed è sempre Carlini a costruirla, ma questa volta il progetto è di German Frers, all’epoca giovane progettista di grandi speranze che aveva fatto gavetta nel leggendario studio Sparkman & Stephens di New York. A Palma di Majorca, ricorda Vettese, persino il re Juan Carlos vuole salire a bordo. Il veneto Vianello non lo aveva riconosciuto. “Sior Re ghe faxo un cafetin”, dirà poi quasi per scusarsi... Barca sempre ammirata ovunque vada, uscì indenne dal Fastnet del ’79 (la tragica regata che costò la vita a a una quindicina di persone, con 24 barche abbandonate e 130 marinai soccorsi in mare), e ha detenuto per molti anni il record della Barcolana vinta nel 1985.

Dopo il Moro, sempre a Rimini, Gardini fa costruire il Rumegal, barca di diciassette metri che nel 1979 vince la Middle Sea Race. Ma non l’appassiona quanto il Moro. E’ questo il motivo per cui sarà una barca con il nome “Moro di Venezia” a partecipare alla sfida di Coppa America. Prima però arrivano due barche in lega leggera: il Moro di Venezia II e il Moro di Venezia III. Con quest’ultima, nel 1989 l’imprenditore romagnolo vince il Mondiale Maxi nelle acque di San Francisco. Al timone c’è un giovane americano: Paul Cayard. L’entusiasmo di quel successo, l’ambizione del grande ravennate e le possibilità economiche sono la base per lanciare la sfida alla Coppa America.

Gardini mette a punto un progetto meticoloso. Le barche saranno costruite in un cantiere appositamente allestito a Porto Marghera, il Tencara.

«Al confronto noi di Azzurra nell’83 eravamo stati dei dilettanti allo sbaraglio», ricorda Cino Ricci. «Gardini era un capo, un comandante. Sceglieva gli uomini e li sapeva valutare bene. Non lasciava niente di intentato; esplorava persino tutte le possibilità che si aprivano nei regolamenti. Si circondava di gente capace e la spronava a far meglio. Durante le regate di San Diego, io lavoravo per TeleMontecarlo, facevo le dirette con collegamenti in elicottero o in mare. Avevo capito subito che sarebbe arrivato lontano». Resta leggendaria la battaglia legale sull’uso del bompresso durante la finale della Louis Vuitton Cup contro i neozelandesi, un episodio che segna l’inizio della rimonta del Moro che andrà a vincere la coppa degli sfidanti.

La più amata dagli italiani

Alla fine saranno nove le barche che si fregiano del nome “Moro di Venezia” e le imprese in Coppa America sono rimaste a tal punto nella memoria degli appassionati che l’anno scorso, in un sondaggio realizzato dal Giornale della Vela, il Moro si è confermata come la barca mito degli italiani.

Un successo merito di cantieri, di progettisti ma soprattutto dell’armatore. «Era una persona che amava cercare soluzioni innovative», racconta ancora Carlini. «E questo per un cantiere è una fortuna perché ti consente di sperimentare, una cosa importante per crescere e migliorare. Mio babbo ci andava a nozze perché era sempre alla ricerca di qualcosa di innovativo. Per il resto, mi ricordo che quando poteva veniva tutti i giorni a controllare i lavori e spesso aveva un rapporto diretto con gli operai. Partecipava alle decisioni ed era determinato. Quando voleva qualcosa non la imponeva in malo modo ma certo... era difficile fare in maniera diversa. In certi casi però era anche disposto a tornare indietro sulle sue decisioni».

Era competente? “Era un uomo intelligente. Quando gli spiegavi le cose le capiva e col tempo aveva assunto anche la competenza».

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