BIBLIOTECA DI BORDO

Filosofia del surf e asceti adriatici

Sull'onda tra Zadina e la Barafonda, riflessioni sul libro del filosofo Frédéric Schiffter

Filosofia del surf e asceti adriatici

RIMINI. Se, come ci insegna Frédéric Schiffter, il surf ha qualcosa di filosofico, il surfista adriatico ha qualcosa di ascetico. È infatti facile essere attratti dai piaceri delle onde vivendo in California o alle Hawaii, a Biarritz o a Santader, oppure anche rimanendo in Italia a Levanto o a Capo Mannu. Ben più ascetica è invece la pratica del surf alla Barafonda o a Zadina, alla foce del Rubicone o a quella del Conca. Magari d'inverno, all'alba e sotto la pioggia, con acqua gelata e torbida. Eppure ci sono, e sono in tanti, quelli che da più di vent'anni anche in queste condizioni proibitive vanno in acqua, magari per onde di 50 centimetri. Forse perché consciamente o inconsciamente anche i surfisti romagnoli sentono che il surf “insegna ad affrontare la vita”, prendendo a prestito le parole di Gerry Lopez, che Frédéric Schiffter ha scelto per aprire il suo piccolo ma appassionante “Filosofia del surf” (pp 100, 8 €) appena tradotto in italiano da Il Melangolo. L'autore è un filosofo francese che vive sulla costa basca, ma che solo a 40 anni si è messo in piedi su un longboard, una tavola lunga, per prendere le onde. “Miracolo d'amore”, come ha scritto, perché è stata una donna a spingerlo ad imparare ad andare in surf, volendo offrirgli “un'ulteriore voluttà”.

Non è mai troppo tardi

Che ad invitarci sia un'amante, un amico o magari un figlio, non è mai troppo tardi per provare ad alzarsi in piedi su una tavola, per fare un bagnetto, o per dirla alla romagnola “per fe i zugh tl'aqua”. Poi come scrive Schiffter “L'amore è una cosa, i progressi nel surf un'altra”. Basterà quindi accontentarsi di piccole onde, che anche in Romagna non mancano, limitandosi poi a fare gli spettatori quando le condizioni sono più impegnative. “Sono molto parco nel mostrarmi sugli spot. Mi si vede solo quando l'onda non supera un metro … Detengo il titolo di campione di surf per procura”, confessa ironicamente all'inizio l'autore. Però anche una piccola esperienza aiuta a vedere, che è diverso da guardare. “Nessuna cosa si vede finché non se ne vede la bellezza”, citando Oscar Wilde. Parafrasandolo, nessuna onda si vede finché non se ne vede la bellezza, solo se distesi su una tavola. Non è necessario fare migliaia di chilometri o affrontare condizioni estreme, basta semplicemente fare un bagno con un vecchio longboard in un tramonto di mezza estate al Rockisland di Rimini o in un alba settembrina al Go Go di Savio.

In cinquanta brevissimi capitoli Frédéric Schiffter racconta il surf, i surfisti e il loro mondo, in un mix riuscito di accenni estetici e filosofici, di aneddoti storici e sportivi, il tutto con quella leggerezza che inevitabilmente rimanda alla magia della spinta dell'onda. Non so se sia vero che, anche se non lo sanno i surfisti devono “il loro amore della natura” alla pittura, ma di certo possono imparare a guardare meglio il mare e il cielo conoscendo i quadri dei grandi artisti che hanno lavorato sulle magnificenze naturali, come Friedrich, Turner e Hokusai. Sempre che si voglia vivere il rapporto con gli elementi naturali non solo come fatto agonistico o consumistico, con tutte le pericolose frustrazioni del caso. Perché per un Leonardo Fioravanti che riesce a partecipare alla World Surf League ci sono migliaia di ragazzi italiani per cui le onde sono e saranno solo un piacere da vivere in modo dilettantistico, nell'accezione nobile della parola.

Il surf negli anni ‘50

Non guasta perciò ricordare che “Negli anni '50-'70, il surf era, per pochi, un'arte liberale, un'attività ricca e indirizzata all'inutile e al piacere: il nobile otium o divertimento degli antichi”. In mare si impara a rispettare la grandezza della Natura, insieme meravigliosa e terribile. Il mare affascina ed emoziona, insegnando anche il valore della prudenza e della paura, alzandosi su una tavola o navigandolo a vela, remando o nuotando. “Scivolando su un elemento indifferente alla sua vita, il surfista gioisce al punto da desiderare che quel momento torni continuamente. Privo d'altre speranze, si affida a una sola filosofia, quella dell'eterno ritorno dell'onda e dell'istante euforico. Tutto questo sta in una massima: Keep moving!”. Anche in Adriatico, con ascesi surfistica.

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