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INTERVISTA

Björn Larsson: «L'avventura per i giovani di oggi? Un mese senza cellulare e internet»

«Sono sicuro che così scoprirebbero altre possibilità di vita e di incontri. Ma rimane anche la scoperta da fare con la conoscenza: io mi comprerei un telescopio»

di PIETRO CARICATO

03/04/2017 - 16:27

Björn Larsson: «L'avventura per i giovani di oggi? Un mese senza cellulare e internet»

Björn Larsson seduto al tavolo da carteggio della barca

Björn Larsson, classe 1953, filologo, traduttore, velista, scrittore e docente universitario, è noto soprattutto per i suoi libri. “La vera storia del pirata Long John Silver”, “Il Cerchio Celtico”, “Il porto dei sogni incrociati”, “I poeti morti non scrivono gialli” e “L'ultima avventura del pirata Long John Silver” sono pubblicati in Italia da Iperborea.
Mercoledì sarà a Cesena per incontrare gli studenti del liceo scientifico Righi. Giovedì a Rimini dagli studenti del liceo scientifico Einstein. Non è la prima volta che lo scrittore svedese è ospite della Romagna. Per chi volesse c’è anche un appuntamento pubblico a Fano giovedì, alle 18, alla Sala Ipogea della Mediateca Montanari.


Mare e avventura una volta erano argomenti classici degli adolescenti. Lo sono ancora o sono temi che oggi possono al più cullare la nostalgia di chi è “meno giovane”?

«Direi che dipende in parte dal paese. In Francia, mare e avventura sono sempre collegati, anche per i giovani; in Italia, mi sembra, molto meno, anche perché la vela, in Italia, è costosa e considerato come uno sport di lusso. Per vivere oggi il mare, in barca a vela, come avventura, bisogna andare in luoghi forse un po’ rischiosi, però meno frequentati, come la Scozia o la costa ovest e nord dell’Irlanda… per limitarsi all’Europa. O avere il tempo di navigare fuori stagione. Detto questo, il grande ostacolo per partire all’avventura, oggi, per la maggioranza della gente é trovare il tempo per farlo».

Internet ha collegato il mondo ma di fatto ha tolto il fascino della scoperta, ha modificato il senso del viaggio. Oggi con Google Earth si possono vedere le immagini dei luoghi nei quali si sta andando, togliendoci il piacere della sorpresa. Restano ancora degli spazi da scoprire?

«Assolutamente sì, però dobbiamo guardare i posti meno conosciuti, meno mediatici, meno spettacolari. In Francia, faccio parte di una giuria di un premio attribuito al migliore libro di viaggio dell’anno. Ogni anno, leggiamo una trentina di libri, di ogni angolo del globo, e posso assicurarvi che ci sono luoghi non ancora visitati da scoprire e che una storia di viaggio ben raccontata è sempre cento volte più interessante di un video su youtube o di qualche immagine su Google Earth. Però bisogna pensare al viaggio diversamente, per esempio come ha fatto Paolo Rumiz, così come lo racconta nel suo libro “Il faro” che abbiamo premiato».

Quale avventura consiglierebbe ai ragazzi di oggi?

«Per molti giovani di oggi, sarebbe un’avventura semplicemente buttare via il cellulare e il collegamento internet per un mese o due. Sono sicuro che così si scoprirebbero altre possibilità di vita e di incontri. Per un giovane italiano, direi anche che sarebbe un bell’avventura viaggiare da solo all’estero… o anche in Italia… senza farsi accompagnare dei genitori o dalla solita banda di amici. La vera avventura oggi è piuttosto di mettersi in gioco, di correre il rischio di cambiare, di ritornare diversi da un viaggio… scoprire che si può imparare una lingua straniera e comunicare con “gli altri” diversi… e sopravvivere senza pasta, pizza e parmigiano. Rimane anche, in alto grado, la scoperta da fare al livello delle conoscenze. Se fossi giovane oggi, mi comprerei un telescopio per partecipare, grazie alla rete di astronomi su internet, alla scoperta dell’universo, per esempio».

E che libri di avventura consiglierebbe ai giovani?

«Consiglierei di andare in una bella libreria e di esercitare la loro curiosità: chiedere consiglio al libraio, leggere sulla copertina, per trovare un romanzo - piuttosto che “un libro” - che racconta una storia che potrebbe inserirsi nella loro vita, sia di avventura o non. Alla fine, ogni romanzo diventa un’avventura quando dà una visione del mondo e della vita nuova».

Lei ha scavato oltre Stevenson nel personaggio di Long John Silver ma è rimasto all'epoca in cui era ambientato il romanzo “L'Isola del Tesoro”. Oggi dove potremmo incontrare un Long John Silver? Forse in un hacker?

«Intanto bisogna dire che era anche difficile incontrare un Long John Silver all’epoca, cioè nel Settecento. Il fascino di Silver, già nell’Isola del tesoro di Stevenson, è proprio che lui NON è come gli altri. Questo vale per tutti i grandi personaggi della letteratura; sono, e devono essere, come si dice, più grandi che in natura. Chi sarebbe Don Quijote di oggi? O Amleto? O Anna Karenina? Nemmeno Harry Potter è un ragazzo come gli altri. La letteratura, o almeno il romanzo, non deve diventare un ritratto sociologico che racconta le persone “normali” o “tipiche”. Un “Silver” può senza dubbio esistere anche oggi, ma sarà qualcuno di eccezionale, non come gli altri di tutti i giorni, sia fra i pirati di oggi o fra gli hacker».

Una volta disse che le sarebbe piaciuto portare la sua barca in Salento. Quando arriverà quel momento? Potremo vederla risalire l’Adriatico?

«Chissà. Fra un anno andrò in pensione e avrò il tempo per navigare più lontano e per più a lungo. Bisogna ricordare che il Mediterraneo, in barca, è lontano dalla Svezia. Per andare in Italia, o per i canali in Francia, o facendo il giro della Spagna, servirebbero almeno due mesi. Ci penso, però devo dire che il fatto che le marine in Italia sono costosissime e ci sono poco ancoraggi sicuri mi porta piuttosto a sognare dell’Atlantico del Nord».

L’Italia è uno dei Paesi nei quali è più letto. Come se lo spiega?

«Difficilmente, nel senso che è una questione molto complessa. Non può essere soltanto il contenuto dei miei libri, anche se penso che ha a che vedere con il sogno di libertà, ma anche con l’estetica, cioè la mia maniera di raccontare storie. Sento comunque che porto con i miei libri ai miei lettori italiani qualcosa che manca loro. Non soltanto il sogno di vivere diversamente, più liberi, ma sopratutto la sensazione che è concretamente possibile realizzare i sogni. Per molti italiani, mi sembra, la famiglia (= la mamma!), la terra, la casa e… il cibo, creano legami molti forti che rendono problematica una certa libertà».

Lei vive per molti mesi l’anno su una barca. Come è fatta la sua barca e cosa le ha insegnato questa esperienza?

«È una barca di dodici metri di lunghezza, larga quasi quattro. Ci sono due cabine, un salotto, un angolo di cucina, un bagno, e un tavolo di navigazione che è anche una scrivania. Paragonata con altre barche, ha soltanto qualche particolarità. Per prima cosa ha una chiglia mobile che permette di ridurre il pescaggio a un metro, e ciò mi permette di andare in posti dove altre barche a vela non possono andare. In secondo luogo ho una stufa a bordo che mi permette di vivere al caldo sulla barca anche d’inverno, anche quando la temperatura va fino a meno dieci e quando c’è ghiaccio in porto. Terzo, la barca è una casa: ho tutto a bordo per vivere, incluso vestiti di ricambio, lenzuola e articoli da bagno. L’idea è che devo potere andare sulla barca e vivere lì senza dover fare i bagagli ogni volta. Prendo il mio computer, un paio di libri, vado a fare la spesa e sono pronto per vivere sulla barca una settimana… o un mese».

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