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Adriatico, un mare di corsari e avventurieri

Nell'opera di Giacomo Scotti la pirateria nel conflitto fra la flotta franco-italiana e quella inglese e i viaggi a vela negli oceani. Storie a cavallo fra fine Settecento e metà Ottocento

di FABIO FIORI

30/01/2017 - 12:40

Adriatico, un mare di corsari e avventurieri

Nelle foto particolari tratti dalla copertina dei libri "Il mare dei corsari" e "Giro del mondo a vela"

Sulle antiche carte nautiche, l’Adriatico è stato per secoli chiamato Golfo di Venezia. Anche oggi guardando la sua immagine con Google Maps appare come una stretta e lunga insenatura mediterranea. Ma chi lo ha navigato, ieri come oggi, sa quanto è pericoloso, perché i suoi venti sono capricciosi e possono essere violenti, perché le sue onde sono nervose e possono essere pericolose.

Acque un tempo pericolose anche per la presenza dei corsari, attivi in Adriatico fino ai primi decenni dell’Ottocento. E proprio a quest’ultimo periodo della guerra di corsa, che ha visto impegnati francesi, russi e inglesi, insieme ai loro alleati, tra il 1797 e il 1815 è dedicato il libro “Il mare dei corsari” di Giacomo Scotti, da poco pubblicato da Mursia (2016; pp. 270; 17,00 euro). Si tratta di un capitolo poco conosciuto della vicenda napoleonica, periodo che va dalla caduta della Repubblica di Venezia, proprio ad opera dei francesi che tenteranno di imporre direttamente o indirettamente il loro dominio anche sul Golfo, e il Congresso di Vienna, quando l’Adriatico diventò a tutti gli effetti una regione dell’Impero Austriaco.

Base sull’Isola di Lissa

Quasi un ventennio in cui si sfidarono la flotta franco-italiana contro quella inglese, che aveva la sua base sull’Isola di Lissa, ribattezzata la Gibilterra dell’Adriatico, e quella russa, di stanza nelle inespugnabili Bocche di Cattaro. Inglesi e russi che strinsero alleanze con dalmati e montenegrini, dediti da sempre alle attività di pirateria e di corsa. Il racconto di Giacomo Scotti si avvia dalle acque romagnole, dove nell’estate del 1802 si consuma probabilmente “l’ultimo atto di comune banditismo sul mare, un atto di pirateria oltremodo sanguinoso”.

I fatti si avviano a Goro, con l’incontro casuale tra uno sventurato naviglio commerciale proveniente da Venezia e un piccolo legno armato che veniva da Porto Corsini. Nei giorni successivi l’equipaggio di quest’ultimo si rivela composto da feroci predoni che assaltano e derubano il vascello veneziano, trucidando senza pietà i suoi uomini e mandandolo “a picco nelle acque di Rimini”. Se questo fatto è ancora ascrivibile alla pirateria, che in Adriatico è storia cruenta e antichissima praticata da illirici, narentani, arabi, normanni, almissani, barbareschi, uscocchi, dulcignani e chissà quanti altri anche lungo le coste occidentali, a partire dal 1806 saranno russi e inglesi ad avviare una crescente attività corsara ai danni dei francesi. Nel 1810 sarà Napoleone in persona ad approvare una spedizione punitiva all’Isola di Lissa, diventata il centro della pirateria adriatica, che non ebbe concreti risultati. Perciò l’anno successivo fu sempre Napoleone a promuovere un intervento definitivo che però si rivelò disastroso.

La spedizione punitiva

“La squadra navale italo-francese perse in quella battaglia circa 2.000 uomini” e 900 furono fatti prigionieri. Pochi anni dopo, nel 1814 “in Istria, nella Dalmazia settentrionale e centrale e nel territorio raguseo si era chiusa definitivamente la parentesi ottennale del dominio napoleonico sulle sponde dell’Adriatico ed era cominciata la secolare dominazione austriaca”.

Viaggi lontani

Ed è proprio da quel litorale austriaco, di cui Trieste era uno dei suoi maggiori porti, che partirà il 30 aprile 1857 per un giro del mondo la fregata a vela Novara con equipaggio formato prevalentemente da istriani e dalmati. Un viaggio voluto dall’Imperatore austro-ungarico Francesco Giuseppe II d’Asburgo che voleva esaltare nel mondo l’immagine dell’Impero. E’ questo uno dei viaggi raccontati sempre recentemente da Giacomo Scotti in un altro libro, “Giro del mondo a vela”, pubblicato da Castelvecchi (2016; pp. 220; 18,50 euro). Con la consueta ricchezza di fonti, Scotti ricostruisce a partire anche dai diari di bordo alcune delle più avventurose navigazioni dei velieri adriatici della seconda metà dell’Ottocento. Viaggi che partono da Pola, Fiume, Lussino e altri porti istro-dalmati, alla volta di approdi d’oltreoceano: Nicobare, Salomone, Canarie, Città del Capo, Saigon, Shangai, Tokio, Valparaiso, Montevideo, insomma da un angolo all’altro del globo terracqueo. Navigazioni lunghissime e durissime, segnate anche da numerosi lutti, fatte da “uomini dell’Adriatico”, marinai di prim’ordine.

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