Venerdì 09 Dicembre 2016 | 12:29

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LA MOSTRA

Volti invisibili di Antigoni contemporanee

All'Oratorio di San Sebastiano a Forlì

Oratorio di S. Sebastiano, Piazza Guido da Montefeltro, 47121 Forlì FC, Italia

FORLÌ. Una riflessione sui flussi migratori del nostro millennio: l'Oratorio di San Sebastiano a Forlì ospita fino al 18 ottobre la mostra “Volti invisibili” di Francesco Francaviglia. Le foto del reporter palermitano sono un focus specifico su donne migranti, richiedenti asilo, rifugiate. Ai traumi che accomunano tutte le persone sottoposte a guerre, dittature o povertà, si aggiungono, infatti, i segni di abusi e violenze di genere, che colpiscono le donne proprio in quanto donne.


«Donne migranti – si legge – umanità in cammino, donne del Mediterraneo accomunate dal dolore ma anche dalla capacità di esprimere una grande forza per reagire e vivere, portatrici di speranza e allo stesso tempo Antigoni contemporanee».


Francaviglia: come si racconta la storia che passa attraverso i volti?


‹‹Come uomo, fotografo e cittadino, sto assistendo come tanti a ciò che la cronaca ci propone in maniera pressante, e non posso sentirmi non coinvolto. Mi interessa incontrare l’uomo e attraversare le storie. È un tentativo di dar voce a quella parte della società che troppo spesso non ne ha, e l’unico modo che conosco di lavorare e raccontare le storie è attraverso i volti. Nei miei ritratti i volti emergono da un abisso oscuro, per la ricerca della libertà, o della verità, o ancora per una testimonianza di coraggio. I “Volti invisibili” sono quelli di donne migranti… e sono anche, allo stesso tempo, il volto della nostra ipocrisia. Storie di donne in fuga dalle guerre e dalle carestie, storie di donne vittime della tratta, di inganni e di violenza… ma anche storie di vittoria. Sono le protagoniste di una strage quotidiana, quella a cui la società civile rischia di assuefarsi. Nei miei ritratti il loro sguardo è fisso in camera, ti impone di rispecchiarti in quei volti. Nei loro occhi c’è tutto il coraggio e la disperazione di chi è fuggito a un destino disumano mettendo a rischio la propria esistenza. Storie individuali e collettive, spesso terribili… il mio auspicio è che questi ritratti ci aiutino a ritrovare la nostra coscienza civile››.

Lei ha scritto: «Lascio che sia la mia rabbia, il mio dolore, a spingermi verso una direzione», e di sentire la responsabilità di vivere «in un mondo in cui l’immagine riesce a prevalere sulla parola»?

‹‹Nei miei ritratti i volti emergono da un abisso oscuro, per la ricerca della libertà, o della verità, o ancora per una testimonianza di coraggio. Cerco un confronto con chi fotografo e non temo i rischi di un coinvolgimento. Oggi l’immagine è molto più accessibile della parola, e riesce a prevalere su di essa. Io mi rendo conto di utilizzare uno strumento formidabile, per la capacità che ha la fotografia di entrare in empatia con le coscienze››.